Mario Limentani, uno degli ultimi sopravvissuti alla deportazione degli ebrei da parte dei nazisti, è morto domenica mattina a 91 anni. Lo ha annunciato la Comunità ebraica romana attraverso il suo portavoce, Fabio Perugia.  La morte de “Il Veneziano”, come era stato soprannominato per le sue origini, o “Zi’ Mario”, per chi lo conosceva meglio, ha sconvolto chi ha potuto condividere con lui uno dei tanti viaggi della memoria ai campi di sterminio dove per tanti anni è stato imprigionato e di chi, invece, lo ricorda come tra gli ultimi oppositori a uno dei periodi più bui della storia mondiale.

Se n’è andato lasciando in chi lo conosceva, e non solo, il ricordo di chi ha lottato contro la prigionia nei campi di concentramento di Dachau e Mauthausen ed è stato, suo malgrado, uno dei protagonisti della Shoah. Numerosi i messaggi di cordoglio da parte delle più importanti personalità italiane, tra cui il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che si è detto “addolorato per la scomparsa di uno dei milioni di ebrei che subirono nel corpo e nello spirito le persecuzioni naziste e le deportazioni e uno di coloro che sopravvissero senza poter dimenticare quegli orrori”. Anche il Sindaco di Roma, Ignazio Marino, e il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, hanno voluto dimostrare la loro vicinanza alla famiglia.

Limentani sarà ricordato non solo come uno dei milioni di ebrei che ha subito in prima persona la persecuzione nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, ma come una persona che ha sentito la necessità di raccontare ai giovani la storia delle deportazioni, accompagnando gli alunni delle scuole in viaggio nei campi di sterminio. Il suo desiderio era far capire ai ragazzi che una tragedia come la Shoah non si sarebbe mai più dovuta ripetere.

Mario Limentani era nato a Venezia il 18 luglio 1923, ma si era trasferito giovanissimo a Roma. Con l’emanazione delle leggi razziali, nel 1938, iniziò la sua lotta e quella della sua famiglia contro le rappresaglie e le deportazioni nazifasciste. Scampata la cattura durante il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma da parte degli squadroni nazisti, nel 1943, venne catturato dalle guardie fasciste nei pressi della stazione Termini. “Alle quattro e mezza di mattina del 4 gennaio – ripeteva a chi si tratteneva ad ascoltare i suoi racconti – ci diedero la sveglia, ci incatenarono cinque per cinque e ci portarono alla stazione Tiburtina”. Da quel momento in poi, “Zi’ Mario” ha vissuto la tragedia dei lager di Dachau e Mauthausen alla quale è riuscito a sopravvivere solo grazie alla liberazione americana, nel 1944, del campo in cui era internato. “Ogni giorno – ricorda nel libro ‘La scala della morte. Mario Limentani da Venezia a Roma, via Mauthausen’, di Grazia di Veroli – dovevamo scendere e salire 186 gradini con blocchi di granito in testa e, se le forze ti abbandonavano e cadevi, finivi giù dal burrone. Lì morivano tutti i giorni duecento, duecentocinquanta persone”. Oggi Limentani ha smesso di lottare, forse perché è riuscito a dare il suo contributo: fissare in maniera indelebile nella testa dei ragazzi, proprio come quel 42.230 col quale era stato marchiato sul braccio, che drammi come quello della Shoah non dovranno mai più ripetersi.