In gergo si chiama il “trolley day”. Qualche anno fa scattava di venerdì, tardo pomeriggio. Poi si è sensibilmente avvicinato al venerdì mattina fino ad arrivare, ora, al giovedì nel primo pomeriggio. A Palazzo Madama si è avuta oggi un’altra manifestazione di questo importante momento della vita istituzionale del Paese. Quello, cioè, che vede i senatori (ma i deputati si comportano allo stesso modo) mettere mano al loro bagaglio a mano e andare di corsa – tacchi permettendo per le signore – verso l’uscita del Palazzo. E pazienza se stamattina mancavano soltanto appena due dichiarazioni – di Forza Italia e Partito democratico – e il voto da esprimere, quello finale sul decreto missioni. Alle 14, tutti fuori. Delle missioni si riparla martedì mattina e pazienza se questo potrà determinare un inevitabile effetto domino sull’intero calendario dei lavori; il fine settimana degli eletti in Parlamento è sacro.

Qualcuno, in realtà, sospetta che sul quel particolare decreto, la presidenza del Senato abbia deciso il rompete le righe in anticipo, anziché proseguire la seduta nel pomeriggio, non tanto perché fosse scattata l’ora del “trolley day”, quanto perché in Aula erano rimasti compatti solo quei gruppi a cui sarebbe piaciuto discutere, in modo più approfondito, del ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale delle missioni di pace (Sel, per esempio) o chi – come il Movimento 5 Stelle – voleva mettere in difficoltà il governo su un fronte di politica estera su cui ha mostrato, e non da oggi, parecchia fragilità. Quindi, per non correre il rischio di far guadagnare all’esecutivo un sicuro voto negativo su un decreto che scade il 3 ottobre (con Renzi, per giunta, all’estero) e su cui è stata posta, fin dalla prima mattina, la procedura “di necessità e urgenza” (che, in pratica, strozza ogni dibattito, contingentando i tempi della discussione al minimo indispensabile), meglio rinviare alla prossima settimana. Quando, probabilmente, le fila dei senatori – soprattutto quelli del Pd – saranno meno vuote.

Insomma, il decreto missione diventerà definitivamente legge martedì 30 settembre (è già passato alla Camera). Non è stato possibile, dati i tempi ristretti, presentare proposte di modifica su un fronte su cui sono in ballo un bel po’ di soldi. Diceva, infatti, il senatore Vincenzo D’Anna, vicepresidente del gruppo Grandi Autonomie e Libertà, durante le dichiarazioni di voto: “Il gruppo Gal voterà a favore, ma personalmente sarei portato a votare contro. E non perché io non riconosca il valore delle missioni a cui abbiamo e stiamo partecipando proteggendo i civili e ostacolando le barbarie, ma perché sono soldi che andrebbero spesi per altre esigenze; ci accingiamo a reiterare un decreto stanziando mezzo miliardo di euro che fa il paio con il decreto già approvato per il primo semestre con 550 milioni. Con questo, insomma, non facciamo che prendere oltre un miliardo di euro e destinarlo ad attività militari. Credo però che non ce lo possiamo permettere”.

Per il governo invece sì, a quanto pare. Ma la decisione avrebbe quanto meno preteso un ampio dibattito, nonostante la voglia di Palazzo Chigi di tagliar corto e “non perdersi in chiacchiere, vista l’imminente scadenza”. Camera e Senato, in fondo, esistono ancora proprio per questo. Ma poi, se a questa pressione governativa si aggiungono i senatori che non vedono l’ora di prendere la via di fuga, il gioco è fatto; avanti con il “trolley day”. E poco importa se dopo il decreto missioni ci sarebbero state da discutere diverse interpellanze e interrogazioni; alle 14 erano già tutti in coda per il taxi a Corso Rinascimento.