Visita lampo domani del presidente del Consiglio Matteo Renzi in Iraq. Il premier, a quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi, sarà in giornata a Baghdad e poi ad Erbil per fare rientro in serata a Roma. L’11 agosto, riferiva quel giorno la Casa Bianca, il premier italiano aveva discusso con il presidente Usa, Barack Obama, della situazione in Iraq, Libia e Ucraina, e dell’epidemia di ebola nell’Africa occidentale. Il premier italiano, si legge nella nota, aveva espresso sostegno per le operazioni degli Usa in Iraq.

In giornata l’esercito iracheno, coadiuvato dagli elicotteri, ha lanciato un’offensiva nelle ultime ore per liberare Tikrit, città del nord del paese, dalla presenza dei jihadisti dello Stato Islamico. Lo hanno riferito fonti della sicurezza citate dall’agenzia Dpa. Secondo le fonti, il piano prevede un attacco simultaneo contro i militanti nelle zone sud e ovest. Tikrit è la città che ha dato i natali al defunto dittatore Saddam Hussein. E’ stata conquistata dall’Isis a giugno. Secondo quanto riportano i media locali, i soldati fedeli al governo di Baghdad stanno avanzando rapidamente nella zona meridionale di Mosul, mentre nei quartieri occidentali incontrano più difficoltà. I miliziani dell’Isil, infatti, hanno posizionato in questa zona mine e ordigni lungo le strade. A rallentare l’avanzata c’è anche il fuoco dei cecchini.

Intanto è emergenza umanitaria. Il numero di sfollati a causa dei combattimenti in Iraq è di almeno 600.000, secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, specificando che almeno 24 mila di loro vivono ammassati in un unico villaggio chiamato Sharyia alla periferia di Dahuk. Molti di loro sono bambini che come gli adulti fanno ogni giorno la coda per avere da mangiare del riso o della zuppa forniti dal Programma Alimentare Mondiale. Faleh e Zidan sono cugini e sono riusciti a sfuggire all’avanzata dai militanti dello Stato islamico a Sinjar, circa due settimane fa. “Abbiamo lasciato le nostre case e ora qui non abbiamo dove stare”, ha spiegato Faleh, uno dei due ragazzini. “Prima d’ora stavamo bene – ha aggiunto – la nostra casa era molto bella. Non avremmo mai voluto venire qui”. Faleh, insieme a sua sorella e ad altri due cugini ogni giorno fa un chilometro a piedi per andare a prendere da mangiare per tutta la sua famiglia. “Lungo la strada abbiamo visto molte persone cadere per terra perché avevano sete – ha raccontato Zidan, 12 anni – Mi chiedevano dell’acqua ma io non avevo niente da dare”.

Per affrontare i jihadisti, la comunità internazionale deve inviare ai peshmerga armi tecnologicamente avanzate, in particolare “missili anti-tank ed elicotteri”, così da riequilibrare i rapporti di forza sul terreno con il gruppo estremista. A lanciare l’appello è l’Alto Rappresentante del governo regionale del Kurdistan in Italia e presso la Santa Sede, Rezan Kader. “Abbiamo bisogno di armi, non di soldati stranieri. I nostri peshmerga sono in numero sufficiente e hanno grande coraggio, ma non possono arginare l’Isil con i mezzi al momento a loro disposizione”, afferma Kader, in questi giorni in Kurdistan. “Quelle poche armi che abbiamo risalgono all’epoca di Saddam. Il governo di Nuri al-Maliki, infatti, non ci ha mai fornito equipaggiamento militare. Ma noi non vogliamo attaccare nessuno, solo vivere in pace”, prosegue l’Alto Rappresentante del Kurdistan, mentre anche l’Italia sembra prepararsi a lanciare un ponte aereo tra Roma ed Erbil per la fornitura di armi ai peshmerga curdi in Iraq. “Il nostro obiettivo finale – conclude Kader – è costruire una cintura di sicurezza intorno al Kurdistan”.