Può accadere che un atleta risulti innocente per la giustizia sportiva e colpevole (presunto) per la giustizia ordinaria? E che rischi addirittura una condanna in sede penale? In Italia può accadere, anzi è già accaduto, a Genova. Un singolare cortocircuito (sportivo e penale) ha messo nei guai un giocatore dilettante di hockey su prato. Trovato positivo alla cannabis durante un controllo antidoping effettuato dopo una partita. Nelle urine e nel sangue di S.G., 27 anni, era stata rilevata una quantità pari a 68 nanogrammi del principio attivo della cannabis, il tetraidrocannabitolo o THC, una sostanza psicotropa, euforizzante, che in alcuni soggetti provoca però l’abbassamento dell’aggressività.

Il giovane aveva ammesso di aver fatto qualche tiro con uno spinello, tre giorni prima del match in questione, di essere stato assalito da conati di nausea e di aver vomitato. La percentuale riscontrata era superiore al livello consentito dalla legislazione sportiva dell’epoca – a metà della stagione 2011/2012 – che fissava il tetto massimo tollerato a 50 nanogrammi. La normativa internazionale Wada (Agenzia antidoping mondiale) era addirittura molto più severa: appena 15 nanogrammi. Il giocatore aveva dunque violato le norme sportive vigenti (allora) ed era quindi scattato in automatico il deferimento agli organi di giustizia sportiva. Che per prassi sono tenuti a segnalare questi casi di violazione della normativa antidoping all’autorità giudiziaria competente per territorio.

La segnalazione era arrivata al palazzo di Giustizia genovese e il sostituto procuratore Walter Cotugno aveva iscritto S.G. nel registro degli indagati. Durante l’interrogatorio di rito, il giovane atleta aveva raccontato al pm la storia dello spinello fumato ad una festa, la nausea, il vomito. Nessuna intenzione di aiutarsi nella prestazione sportiva, aveva chiarito. La procura della Repubblica di Genova, indifferente alla riforma varata dall’Agenzia antidoping mondiale che nel maggio 2013 aveva rivisto in senso meno restrittivo la normativa (la soglia massima del tetraidrocannabitolo era stata alzata da 15 nanogrammi addirittura a dieci volte di più: 150 nanogrammi), ha contestato a S.G. la violazione di una articolo della legge sulla frode sportiva e gli ha inviato l’avviso di conclusione delle indagini. L’indagato nei successivi venti giorni potrà far pervenire al pm osservazioni, documenti o chiedere di essere ascoltato nuovamente.

Il suo legale, l’avvocato Piero Agustoni, parla di “paradosso”. “Nel caso in questione fumare uno spinello è stata solo una leggerezza. Negli sport motoristici la cannabis può provocare un appannamento dei riflessi e dei tempi di reazione del pilota e diventare estremamente pericolosa”, commenta a ilfattoquotidiano.it il dottor Ivan Sasso, ex responsabile medico della Federazione di Motonautica ed ex componente della Commissione antidoping.  Questa sostanza secondo gli ultimi studi non produce effetti dopanti, in termini di prestazione sportiva. Gli atleti che consumano marijuana non ne traggono alcun beneficio di carattere sportivo. In Italia ultimamente ne è stato consentito l’uso terapeutico in alcuni specifici casi di malattia o disturbo fisico.

La Wada spiega di aver assunto la decisione di decuplicare il limite per risparmiare tempo e denaro nei controlli antidoping. La presenza del tetraidrocannabitolo rappresenta appena il 10% delle positività riscontrate in totale sugli atleti sottoposti ai controlli. Con il ritocco all’insu della soglia, si stima che verranno cancellate l’80% delle positività da cannabis riscontrabili in un anno. La cannabis permane nelle urinea lungo ed è riscontrabile anche a distanza di tempo dall’assunzione. “La legge 401 dell’89 sanziona tutto ciò che è atto ad alterare una prestazione sportiva”, sostiene l’avvocato Elsia Brigandì, genovese, vice direttore del Centro studi di diritto dello Sport di Milano. “Questa legge venne utilizzata anche dal procuratore Guariniello nel processo per doping celebrato contro la Juventus. Nel 2000 fu varata una specifica legge antidoping, la 376, secondo la quale occorre dimostrare che la sostanza assunta abbia effettivamente alterato il risultato sportivo ottenuto. Nel caso dell’hockey su prato, uno sport di squadra, offrire questa prova non appare agevole. Se si fosse trattato di un match di tennis, in cui un atleta gioca contro l’altro, la prestazione personale sarebbe più facilmente riscontrabile”.

Nel 2009 il campione di nuoto Michael Phelps era stato fotografato mentre fumava uno spinello e fu fermato per tre mesi. La campionessa di tennis Martina Hingis fu squalificata per aver fatto uso di cocaina, altra sostanza ininfluente sulla prestazione sportiva. La Stella Rossa di Belleville, squadra simbolo del Movimento “Cannabis Social Club”, che propugna l’uso libero della marijuana, in un match di calcio contro il Paris Foot Gay soccombette contro avversari più tonici e scattanti. La marijuana dunque aveva agito al contrario, rilassando i muscoli degli atleti.