L’area della Ex Frattina nel comune di Castelvetro (Modena) è stata posta sotto sequestro amministrativo dall’Oipa per disastro ambientale. Arriva dopo 30 anni il primo provvedimento ufficiale di indagine rispetto ai 4,35 ettari attorno al torrente Tiepido in località Solignano (Mo) che tra gli anni ’70 e ’90 sono diventati una discarica a cielo aperto per i rifiuti delle industrie ceramiche della zona. “35mila metri cubi di fanghi ceramici lasciati a marcire per 40 anni con punte di 100 grammi di metalli pesanti ogni chilogrammo di terra secca”, spiega Roberto Monfredini, veterinario, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle che assieme agli altri due suoi colleghi di partito segue la vicenda da anni. “In quel terreno c’è di tutto. Se prendiamo 100 grammi come esempio, 61 grammi sono di piombo, 31 di zinco e per la rimanente cifra è stato trovato di tutto dal cadmio al nichel, dal cromo al rame e all’alluminio”.

La storia di questa grossa porzione di territorio modenese, oltretutto coltivata fino in anni recenti, può simboleggiare, come hanno scritto i blogger Luca Lombroso e Franco Fondriest, la triste eredità ambientale del boom industriale del dopoguerra. Fin dagli anni settanta è esistito un tubo per sversare i rifiuti di molte industrie ceramiche, fiore all’occhiello della zona, direttamente nell’alveo del Tiepido; ma come se non bastasse quel greto è diventato uno spazio dove depositare anche tutto il resto che proveniva dalle fabbriche limitrofe almeno fino agli anni novanta. “Ci lasciavano di tutto: fili di ferro, rifiuti di amianto, fanghiglie industriali, blocchi refrattari – spiega Monfredini – addirittura quando cambiavano i forni li distruggevano in mille pezzi e poi li venivano a lasciare qui. Li vedi ancora oggi se fai un sopralluogo. Tutto questo materiale tossico nel tempo ha formato ‘naturalmente’ l’argine del Tiepido”.

Nel 1993 è il Comune di Castelvetro a preparare un progetto di bonifica, ma senza avere sufficienti fondi per finanziarlo. Sempre in quel periodo il ministero dell’Ambiente riconosce la pericolosità del sito a causa di “rifiuti tossici e nocivi” e ne obbliga la recinzione totale, il divieto di coltivazione e accesso. Solo nel 2000 però vengono stanziati 41 miliardi dal ministero per bonificare i 19 siti del protocollo SIN Sassuolo-Scandiano: 14 miliardi (pari al 43% delle aree inquinate) vengono usati, gli altri tra cui quelli destinati alla Frattina no: “Che sia stato per lungaggini burocratiche o per mancanza di volontà politica da parte dell’amministrazione, oggi ci ritroviamo ancora come allora – prosegue il consigliere – Sono rimasti solo 2 di quei miliardi del ministero (oggi direttamente gestiti dalla Regione Emilia Romagna in collaborazione con gli enti locali comunali, ndr) – e non bastano di certo per bonificare la Frattina”.

Ulteriore inghippo formale per lo spazio inquinato a ridosso del Tiepido è che una grossa parte di terreno è di proprietà della famiglia Rubbianesi che acquistò lo spazio ‘agricolo’ a metà degli anni ’80 senza sapere nulla: “Nessuno fino al 2005 ci ha detto di smettere di coltivare orzo e mais – ha spiegato ai giornali locali la figlia del defunto proprietario dell’area incriminata – Ma appena è arrivata la comunicazione ufficiale ci siamo subito fermati ed è iniziato il nostro calvario”. Fin dal 1990, infatti, i proprietari sono stati assolti dal Tribunale di Vignola da qualsivoglia diretta responsabilità nell’inquinamento delle falde acquifere, solo che oggi la loro presenza fisica sembra essere diventato un ostacolo formale per la bonifica che il Comune vuol fare: “Per utilizzare i 2 miliardi rimasti – ha spiegato il sindaco di Castelvetro, Fabio Franceschini – quel terreno privato deve diventare di proprietà del Comune (…) se i proprietari si rifiuteranno di vendercelo penso ci siano i presupposti per acquistarlo d’ufficio”.

In attesa del passaggio di proprietà ai primi di luglio 2014 è giunto in Procura un esposto del Movimento 5 Stelle dove si pongono dubbi sulle analisi di Arpa rispetto al riaffiorare recente di lastre di amianto eternit: “157 punti di scavo e l’amianto non risulta. Come è possibile? Perché i prelievi si fermano a 20 metri dal fiume?”. “Stavolta c’è il ‘cadavere’”, conclude Monfredini, “ai carabinieri e alle guardie ecozoofile ho mostrato le piante morte e per almeno un chilometro la mancanza totale di vegetazione”.