Emile Zola scrisse, ammirato, di Jules Verne: “Ha portato alle estreme conseguenze ciò che la scienza considera possibile in teoria, ma che nessuno è riuscito finora a mettere in pratica”. Come celebreranno i posteri l’invenzione degli “Orti di Nemo”? Il basilico e l’insalata coltivati sul fondo del mare, all’interno di biosfere in materiale vinile semitrasparente, ancorate su un fondale di 8 metri a circa 100 metri dalla spiaggia di Noli, nel ponente ligure.

L’ingegner Sergio Gamberini è l’amministratore unico della Me. Stel (un’azienda specializzata in lavori subacquei), basata a Sant’Olcese, un paesino dell’entroterra genovese. Gamberini, subacqueo provetto e appassionato del mare, ha condotto personalmente gli studi effettuando numerose immersioni e controllando da vicino lo sviluppo del programma. Dice: “All’interno della biosfera si crea una climatizzazione stabile, in virtù del costante livello della temperatura del mare, e una umidificazione altrettanto costante, prodotta dall’evaporazione dell’acqua marina che lambisce i semenzai nella parte bassa della biosfera. Il ciclo clorofilliano naturale, innescato dalla luce che dall’esterno raggiunge la biosfera, nelle colture di basilico mantiene livelli sufficienti di ossigeno e Co2. E infine, parassiti ed insetti – purché non siano stati presenti già nelle coltivazioni terrestri – non riescono a riprodursi nelle biosfere subacquee. Ciò consente di risparmiare l’uso di antiparassitari e insetticidi”. Il prossimo mese di settembre, i primi raccolti diranno se l’intero ciclo di coltura, cominciato a fine luglio con la semina, avrà fornito le risposte attese. Gli “Orti di Nemo” intanto suscitano curiosità.

Alla luce di tutto ciò l’inevitabile riferimento allo scrittore francese e al suo capolavoro, “Ventimila Leghe sotto i mari”, rischia di essere fuorviante. La fantasia qui trova poco spazio. Siamo infatti sul terreno, ristretto, ma solido della scienza pura. L’esperimento di coltivare vegetali – insalata e basilico, appunto – sul fondo del mare è già realtà. Spiega al Fattoquotidiano.it l’ingegner Gamberini: “Lo sfruttamento commerciale del basilico oggi sarebbe obiettivamente difficile, perché le piantine – e quindi il pesto – risulterebbero molto costose. Una ricerca condotta dal Centro di Agronomia di Albenga (diretto dal professor Minuto) sulla produzione dello scorso anno ci ha detto che le caratteristiche organolettiche (profumo e olii minerali) del prodotto “subacqueo” sono equivalenti o addirittura superiori rispetto al basilico coltivato in maniera tradizionale. L’esperimento andrà ripetuto, si è svolto su alcuni etti di prodotto, troppo pochi per trarne conclusioni assolute. Va tenuto anche presente che la coltivazione nelle biosfere sottopone le piantine ad una pressione tra 0,5 e 0,8 Bar in più rispetto ad una coltivazione all’aria aperta. E l’ambiente è diverso, a stretto contatto con l’acqua marina”. Prudenza dunque. Ma anche cauto ottimismo: “Le coltivazioni in corso ci dicono che il basilico sta crescendo abbastanza bene, le piantine in tre settimane hanno raggiunto l’altezza di 7/8 centimetri. Dall’Arabia Saudita ci sono giunte richieste di informazioni sulle tecnologie impiegate e la prenotazione di una biosfera prototipale. Laggiù sono interessati non al basilico ma alla lattuga, che vorrebbero coltivare in grandi quantità. Purtroppo siamo molto lontani da questo traguardo”. La Me.Stel ha già investito diverse decine di migliaia di euro nella ricerca e paga persino la concessione demaniale al comune di Noli per i 36 metri quadrati di fondo marino occupato dalle biosfere.

In prospettiva resta da valutare se questa inedita tecnologia, un mix fra agricoltura e risorse marine, può dare vita ad uno scenario praticabile in termini di sfruttamento commerciale, in zone marine protette, come lagune e stagni al riparo dal moto ondoso. Ciò consentirebbe di ottenere raccolti anche in Paesi dove l’agricoltura tradizionale trova ostacoli nelle condizioni climatiche e ambientali: siccità ricorrenti, temperature eccessive, terreni sassosi e brulli ecc. ecc. Scenari futuribili, naturalmente.

La qualità delle verdure ottenute sarà davvero comparabile o superiore a quella delle insalate prodotte sulla superficie terrestre? Sarà possibile allargare il “range” delle varietà prodotte finora in via sperimentale ad altre specie vegetali di largo consumo? Zucche e zucchine, melanzane, fagioli e fagiolini, pomodori e peperoni sono prodotti molto più complessi di qualche cespo di insalata o di tenere piantine di basilico. L’orizzonte finale resta per adesso estremamente lontano. La scienza però non conosce limiti. Fortunatamente.

Il link alle telecamere sotto il mare

(Per errore era stata pubblicata inizialmente una bozza dell’articolo. La redazione si scusa con l’autore e i lettori)