Investimenti immobiliari nell’hinterland di Milano e contatti con uomini di Cosa nostra residenti nella zona di Desio, rapporti con personalità che nel capoluogo lombardo ufficialmente nulla avevano a che fare con Cosa nostra, poi gli incontri a Gardaland con noti imprenditori del nord Italia, e ancora fornitori di abiti firmati, e più generale il ruolo occulto di chi oggi sotto la Madonnina gestisce “l’ingentissimo” patrimonio dei Graviano, boss del mandamento palermitano di Brancaccio e mandanti delle stragi di mafia del 1993. Questo il tema. Che diventa giallo, con l’entrata in scena di una multa presa a Milano da una Fiat Uno, intestata a un prestanome, ma in uso ai Graviano. Dove stava andando quell’auto? Chi c’era a bordo? Ne parlano per giornate intere il capo dell’antimafia milanese Ilda Boccassini e Gaspare Spatuzza, collaboratore di giustizia nonché ex braccio destro dei due fratelli, Filippo e Giuseppe. Tre lunghi verbali trascritti tra il giugno e il luglio 2009 e oggi depositati agli atti del processo milanese su Marcello Tutino, accusato di essere l’ultimo esecutore materiale della strage di via Palestro: 27 luglio 1993. In quell’anno, la squadra Mobile, all’epoca guidata dal dottor Francesco Messina, ha per le mani due inchieste delicate: la prima è quella sulla bomba al Padiglione d’arte contemporanea, la seconda riguarda gli interessi delle sorelle Mangano, figlie dell’ex fattore di Silvio Berlusconi.

MILANO. GLI INCONTRI DEI BOSS
CON NOTI IMPRENDITORI DEL NORD ITALIA
L’obiettivo di Ilda Boccassini, al di là della ricostruzione della strage, appare subito chiaro: capire cosa facevano a Milano i Graviano e da quanto tempo erano in città, visto che, ragiona il magistrato, la loro presenza, stando alle carte dell’arresto, risale a ben prima del Natale 1993. Più di un mese di latitanza dunque, visto che i due vengono arrestati la sera del 27 gennaio 1994 mentre, assieme alle mogli e a due fiancheggiatori, cenano ai tavoli di Gigi il cacciatore, noto ristorante di via Procaccini. Un arresto che Spatuzza definisce “anomalissimo”. Ecco allora il magistrato: “Sa qualcosa in più dell’arresto dei Graviano su Milano? E perché i Graviano si trovavano a Milano e chi proteggeva la loro latitanza?”. Domande a raffica. La risposta è chiara, ma non decisiva. Spatuzza non fa i nomi. Probabilmente non li conosce. Dice: “I fratelli Graviano si muovevano su Milano”. Poi aggiunge: “Filippo Graviano, nel carcere di Tolmezzo, mi disse che si incontrava con persone su Milano”. Specifica: “Questi incontri avvenivano a Gardaland”. E spiega: “Però non so 
se le personalità che incontravano erano gli stessi soggetti che mi aveva menzionato il fratello; questo lo posso supporre io”.

I GRAVIANO MI DISSERO: “NOI TRADITI DA
GENTE DI MILANO NON LEGATA A COSA NOSTRA”
Per capire il milieu milanese frequentato dai due boss, la dottoressa Boccassini riparte dall’arresto. Spatuzza, allora, ricorda i suoi incontri con Giuseppe Graviano nel carcere friulano di Tolmezzo. “Mi hanno detto cosa sapevo in più in merito al suo arresto, gli dissi quello che io sapevo del Cannella, che per noi era responsabile e lui mi dice che non c’entra niente il Cannella”. Spatuzza si riferisce a Fifetto Cannella uomo d’onore di Brancaccio condannato anche lui per le stragi in Continente. Graviano, però, sostiene che “Cannella è da scartare”, quindi “lui mi confida che è stato venduto da qualcuno; da qualcuno di Milano che sapeva della loro permanenza in città, la sua è quasi una certezza”. In quel momento Graviano “sta cercando di capire, quindi sta conducendo un’ indagine lui per capire chi è che se l’è venduto”. Ilda Boccassini riassume così il decisivo passaggio del tradimento. “Se ho capito bene, Graviano dice: non è stato nessuno di noi a tradirmi, né del mandamento di Brancaccio né tanto meno di Cosa nostra, siamo stati venduti ma da persone al di fuori di Cosa nostra”. Poi aggiunge e chiede: “Che sapevano però ovviamente che lui stava a Milano?”. Spatuzza conferma, ma senza fare nomi.

Ilda Boccassini non molla la presa. L’obiettivo è troppo importante. “Che cos’altro le ha detto rispetto alla permanenza su Milano? Chi incontrava e dove?”. Spatuzza non lo sa. Conferma i luoghi e il fatto che gli incontri non erano con persone di Cosa nostra. Fa di più. Dice che “Cosa nostra non sapeva che i Graviano fossero a Milano“. A questo punto anche le domande del magistrato prendono una piega quasi drammatica. Boccassini vede sfumare l’obiettivo e allora chiede, quasi spazientita: “Ma possibile che Giuseppe Graviano dopo l’arresto e quando si è incontrato con lei non gli ha detto a Milano mi nascondevo a casa di Tizio, piuttosto nell’albergo, piuttosto in una villa”.

FOLLOW THE MONEY: INVESTIMENTI
IMMOBILIARI E PATRIMONIO INFINITO
Il magistrato prosegue. Sa che Spatuzza, ad oggi, è l’unico in grado di fare un minimo di chiarezza sui contatti milanesi dei Graviano. Si riparte così dal patrimonio dei boss. “Lei nello scorso interrogatorio ha detto che la magistratura non è riuscita a colpire il patrimonio reale della famiglia Graviano”. Poi l’ennesima domanda: “Lei sa se il fatto che i fratelli Graviano fossero a Milano era anche dettato da una gestione del loro patrimonio? Questo è molto importante. Qualcuno a Milano gestiva, gestisce attualmente il patrimonio della famiglia Graviano?”.

Fermiamoci un istante sul dato patrimoniale che è stato affrontato anche in un’annotazione della squadra Mobile di Milano firmata dal dottor Alessandro Giuliano nel marzo 2011. Leggiamo integralmente le conclusioni: “Sotto il profilo degli accertamenti patrimoniali, l’entità dei redditi ufficiali della famiglia Graviano, derivanti principalmente dai cespiti immobiliari, sembrerebbe insufficiente a coprire gli esborsi complessivi di varie migliaia di euro mensili per spese di viaggio, canoni locativi della casa e del bar di Roma, istruzione dei cugini che frequentano un esclusivo istituto scolastico palermitano, mantenimento delle cognate, nonché per i pesanti oneri legali e costi per gli spostamenti relativi ai colloqui nelle carceri”. Da dove arrivano i soldi?

Spatuzza riprende dall’ultima domanda di Ilda Boccassini. “Per muoversi su Milano in particolare, nulla mi fa escludere che loro abbiano” appoggi e “interessi economici”. Attuali? Spatuzza conferma. Da qui la domanda del magistrato che fa capire come la procura di Milano abbia in mano qualche carta segreta. “Mai – dice il magistrato – le hanno fatto capire che sono proprietari immobiliari, anche se terze persone, di appartamenti su Milano, o nell’hinterland?”. Il pentito risponde con una domanda: “Se tutto quello che riguarda Cosa nostra è uscito tutto fuori, sul quartiere di Brancaccio, quindi dove li hanno portati questi soldi?”.

LATITANTI A MILANO DURANTE IL
FALLITO ATTENTATO DELL’OLIMPICO 
L’ultimo verbale del 7 maggio 2009 si conclude con una riflessione tra Ilda Boccassini e Gaspare Spatuzza che non conclude ma apre ulteriori scenari e interrogativi. Si chiede, infatti, il magistrato “Se i Graviano, ora si sa, hanno scelto Milano, quanto meno nell’ultimo periodo della loro vita da liberi, da uomini liberi ma latitanti, per quale motivo hanno scelto Milano? E perché così lontano dal proprio quartiere?”. Risposta di Spatuzza: “Sicuramente non per la latitanza, la storia ce lo insegna, tutti sotto casa sono stati e quindi per mettersi a rischio a monte c’è qualche cosa che è ancora di molto ma molto più grave”. E ancora: “Se si spingono così tanto a sconfinare, significa che in quel territorio possono godere di qualche protezione”. Da parte di Cosa nostra? Spatuzza lo esclude. Chiude Ilda Boccassini: “Ma se i Graviano vengono arrestati a Milano qualche giorno dopo il fallito attentato all’Olimpico, che come lei, dice “se fosse esploso ci sarebbero stati centinaia di morti”, lei ha usato l’espressione “Peggio dei Talebani”. Ecco, allora, siccome possiamo immaginare che loro stessero a Milano il giorno in cui il telecomando grazie a Dio non ha dato impulso alla miccia, a maggior ragione rispetto a quello che lei ora sta dicendo com’è possibile che i fratelli Graviano avessero scelto Milano proprio in concomitanza dell’Olimpico?”.