Solo quattro mesi fa la compagnia aerea Malaysia Airilines aveva perso un altro aereo con 239 persone a bordo. Era l’8 marzo e del Boeing 777 – MH370 Kuala Lumpur-Pechino – non si hanno ancora notizie. Le ricerche dell’aereo, le più costose della storia contemporanea, sono state effettuate per settimane nella zona sbagliata. Il Boeing non si sarebbe inabissato nella zona dell’Oceano indiano del sud in cui sono stati rilevati segnali acustici che hanno fatto pensare alla presenza delle scatole nere del velivolo. Decine di navi e aerei di una task-force multinazionale avevano effettuato ricerche in quella zona per circa due mesi, senza ritrovare nessun detrito dell’aereo. L’area era stata identificata in base a calcoli basati sui dati satellitari a disposizione degli investigatori, dopo che il volo MH370 Kuala Lumpur-Pechino aveva misteriosamente virato verso sud-ovest, per cause ancora ignote. 

Nei giorni scorsi di fronte all’emergere di diverse teorie nei commenti internazionali sulla scomparsa dell’aereo il coordinatore delle operazioni di ricerca, l’ex comandante delle forze armate australiane Angus Houston, aveva ordinato “un ampio e robusto” riesame di tutti i dati sul volo MH370. Aveva anche osservato che l’attenta analisi delle informazioni finora raccolte e di un’ampia gamma di opinioni di specialisti internazionali lo avevano convinto che l’aereo fosse precipitato comunque nell’Oceano Indiano, al largo dell’Australia occidentale.