“Non vi è ragione per non chiedere di confermare la condanna in primo grado”. Con queste parole il sostituto Procuratore generale Piero De Petris ha chiesto la conferma dei 7 anni di carcere per Silvio Berlusconi, imputato a Milano nel processo in appello sul caso Ruby. Secondo l’accusa “non vi sono elementi” perché Silvio Berlusconi non debba essere condannato. L’ex premier è accusato di concussione e prostituzione minorile. Tra le ipotesi c’era anche quella che il pg chiedesse la concussione per induzione e non per costrizione (come già in primo grado) e così da arrivare al dimezzamento della pena. Ma così non stato. Secondo il sostituto pg, la “severità” della condanna inflitta in primo grado “è innegabile”, ma è corretta: tra le motivazioni, il fatto che l’ex Cavaliere “sapesse che Ruby era una prostituta e una minorenne”. Chi si dice tranquillo è il professor Franco Coppi che insieme all’avvocato Filippo Dinacci difende Berlusconi:”E’ stata una bellissima difesa di una sentenza indifendibile. Alla luce di quanto ascoltato, gli argomenti della difesa ci sono ancora tutti e molto validi”. Il primo a commentare pubblicamente è stato Giovanni Toti, consigliere politico di Silvio ed eurodeputato Fi: “Una requisitoria”, ha scritto su Twitter, “tenuta insieme con lo scotch: solo teorie, nessun fatto provato. Un copione già visto! #la legge non è uguale per tutti”.

di Francesca Martelli

“L’ex Cavaliere sapeva che Ruby era una minorenne e una prostituta”
Berlusconi, ha sostenuto il procuratore generale, sapeva che Ruby era una prostituta e che era minorenne. “Era una realtà che Karima el Marough svolgesse attività di prostituzione”, ha detto durante la requisitoria. “È pacifico che la ragazza si è fermata a dormire alcune notti a casa del presidente del Consiglio. Che faceva questa ragazza? La prostituta”, ha proseguito. Ruby era comunque minorenne e per questo “degna di tutela“. La ragazza era certamente “dotata di notevole scaltrezza se non di intelligenza e determinata a trarre il massimo” da questa situazione. Tutte le dichiarazioni che ha fatto in fase d’indagine e in aula sul fatto di aver avuto rapporti sessuali con Silvio Berlusconi sono “ininfluenti”, perché dettate proprio dalla volontà di trarre “vantaggi economici” dalla vicenda. Molto più rivelatrici sono “le intercettazioni, dalle quali – spiega il Pg – emerge tutt’altro”. Le dichiarazioni di Ruby davanti ai pm e in aula, pur essendo inattendibili, “non sono frutto di una mente che non capisce niente, ma anzi sono segnale di grande scaltrezza“.

“La telefonata alla questura fu atto palesemente intimidatorio”
“Con la telefonata ai capi di gabinetto della questura di Milano Silvio Berlusconi ha compiuto una concussione per costrizione e non per induzione”. La tesi del procuratore generale è chiara: gli uomini della questura contattati da Berlusconi per l’affaire della giovane marocchina “hanno ceduto” alle presunti pressioni dell’ex capo del governo “perché costretti”, perché preoccupati delle “concrete conseguenze” a da quello che il pg non esita a definire un “palese comportamento intimidatorio” dell’allora presidente del consiglio che agisce per un “interesse personale”. Proprio per questo motivo, Silvio Berlusconi, ordinando al capo di gabinetto della Questura di rilasciare Ruby, commise un ”abuso colossale“.

“Nipote di Mubarak? Circostanza palesemente falsa”
A sentire De Petris, il centro del procedimento sul caso Ruby a carico di Silvio Berlusconi è la “circostanza palesemente falsa” rappresentata dall’ex presidente del Consiglio quando telefonò al capo di gabinetto della questura di Milano, Pietro Ostuni, chiedendo il rilascio della giovane marocchina dicendo che le era stata segnalata come “nipote di Mubarak”. Ha continuato il pg durante il suo intervento per respingere la richiesta della difesa di inviare gli atti al tribunale dei ministri. Istanza già presentata nel dibattimento di primo grado. Il leader di Forza Italia, nei confronti del quale è attesa la richiesta di condanna da parte del pg, risponde di concussione e prostituzione minorilePoco più di un anno fa era stato condannato a 7 anni di carcere dal tribunale. Come ogni venerdì Silvio Berlusconi dalle 9.45 si trova alla Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone, alle porte di Milano, per svolgere le 4 ore settimanali di servizi sociali ne dovrà scontare l’anno di pena residua per il caso Mediaset svolgendo volontariato presso l’unità San Pietro della struttura dove sono ricoverati i malati di Alzheimer.

“Il giudizio spetta al giudice ordinario e non al tribunale dei ministri”
Il sostituto pg ha chiarito che, come riporta il capo di imputazione sulla concussione contestata al leader di Forza Italia, Berlusconi ha abusato “della sua qualità” con quella telefonata nella famosa notte del maggio 2010 e non ha invece commesso un reato nell’esercizio delle sue funzioni. Dunque, il giudizio spetta “al giudice ordinario e non al tribunale dei ministri”. Secondo De Petris, la difesa quindi “ha dimenticato o non ha letto il capo di imputazione”. E questo abuso della qualità di presidente del Consiglio, secondo il procuratore, sta proprio in quella “radicale falsità” sulla presunta nipote di Mubarak su cui è incentrato il procedimento. Il magistrato ha anche ricordato come la Corte Costituzionale, bocciando all’epoca il conflitto di attribuzione sollevato sul caso Ruby, spiegò che “l’ordinamento democratico non consente deroghe all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge”.

“Le testimonianze di altri come Clooney e Ronaldo inutili”
Quanto alle eventuali ulteriori testimonianze che gli avvocati di Berlusconi vorrebbero portare nel processo (in un dibattimento da integrare) secondo il sostituto pg può rivestire “un interesse mediatico” ma hanno un rilievo processuale ”uguale a zero sentire testi come Clooney o Ronaldo”. Il pg, nell’indicare di “assoluta irrilevanza” le testimonianze dell’attore americano e del calciatore portoghese, ha più in generale chiesto ai giudici di secondo grado di respingere la richiesta di rinnovazione parziale del dibattimento avanzata con i motivi d’appello depositati dalla difesa dell’ex presidente del Consiglio.