La Regione Emilia Romagna attiva corsi di formazione e addestramento per assistere a casa i pazienti con malattie croniche, rare o con necessità assistenziali complesse, e tra gli infermieri scoppia la rivolta per il timore di venire surclassati da un esercito di nuovi assistenti “laici”. L’iniziativa, capofila in Italia, prevede per i pazienti, i loro parenti e gli assistenti domiciliari (o badanti), un’attività di formazione per imparare ad eseguire trattamenti di cura. Si tratta di veri e propri corsi tenuti da infermieri e medici, che possono organizzare le aziende sanitarie dell’Emilia Romagna e le strutture di hospice accreditate, rilasciando ai partecipanti un attestato che certifica l’idoneità ad effettuare i trattamenti domiciliari. Un vantaggio per la salute e per la qualità di vita dei pazienti, secondo la Regione, che con delibera 220 del 24 febbraio 2014 ha introdotto la novità. Ma per gli infermieri questo non è che l’ennesimo colpo basso alla professione, che rischia, con il passare del tempo, di sostituire “personale laico” a quello qualificato con uno specifico percorso universitario. “Il provvedimento apre possibilità nuove e preoccupanti in merito alle competenze infermieristiche ed al loro riconoscimento” – spiega Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind, che ha chiesto all’assessore regionale Carlo Lusenti di ritirare la delibera.

I corsi previsti nella delibera regionale e rivolti a parenti, pazienti e assistenti domiciliari, sono costituiti da un minimo di 15 ore di teoria e pratica, con tanto di simulazioni, per formare nuove persone in grado di far fronte alla cura domiciliare. Si va dalla somministrazione di farmaci in via endovenosa o inframuscolare, alla dialisi peritoneale e all’utilizzo dei cateteri e del sondino nasogastrico, fino a pratiche che riguardano l’apparato cardiocircolatorio e respiratorio. Tutte prestazioni che, secondo il sindacato, “sono proprie della professione infermieristica”, e che ora, con il benestare della Regione, potranno essere svolte direttamente dalle famiglie dei pazienti, dagli assistenti, o da loro stessi.

“L’assistenza deve essere garantita da professionisti – ha continuato Bottega – Così invece vanificano e svalutano il percorso professionale degli infermieri, che dura tre anni”. Per questo il NurSind ha scritto all’assessore alla Salute dell’Emilia Romagna per chiedere il ritiro della delibera e l’apertura di un tavolo al ministero della Salute sul tema. “In Italia ci sono 30mila infermieri disoccupati, che ora rischiano di venire sostituiti – ha aggiunto Bottega – Capisco le esigenze che ci possono essere, ma in questo modo si scarica il costo della salute sui famigliari, ma così si mette a sistema un’emergenza, e le conseguenze le pagheremo tutti”.

Per rispondere alle esigenze di domiciliarità, secondo il NurSind le soluzioni potrebbero essere i centri intermedi, in cui i pazienti in condizioni stabili vengono assistiti da personale qualificato, o il potenziamento dell’assistenza domiciliare integrata. Ma l’iniziativa della Regione, che rilascia la certificazione per effettuare i trattamenti, potrebbe creare un ibrido di persone con competenze riconosciute dall’autorità sanitaria difficile da gestire. “Questo atto produrrebbe di fatto il paradosso di veder lecitamente prestare attività assistenziali complesse e delicate, in ambito domiciliare, da personale laico e scarsamente preparato – continua il segretario – mentre le stesse prestazioni, all’interno delle strutture sanitarie devono essere svolte dagli infermieri, così come sancito da innumerevoli sentenze al riguardo”.

Di tutt’altro avviso è l’Emilia Romagna, che giustifica l’intervento con la necessità di rispondere alle esigenze dei pazienti e delle loro famiglie: “Organizzare i corsi per noi rappresenta un costo maggiore, ma permette di far fronte alle emergenze e alle necessità che si verificano spesso in caso di malattie croniche o rare – ha spiegato Eugenio Di Ruscio, responsabile del Servizio presidi ospedalieri dell’Emilia Romagna – C’è già stata una prima sperimentazione con l’autoinfusione domiciliare per i pazienti con emofilia e malattie emorragiche congenite. Abbiamo quindi esteso ad altre patologie quello che già in parte avveniva”. L’obiettivo, per la Regione, è garantire la qualità della vita del paziente e far fronte alle cure che spesso richiedono interventi specifici, che però devono essere autorizzati o effettuati nelle strutture ospedaliere. “Non potremmo mai insegnare gratuitamente in un corso tutte le competenze degli infermieri – continua Di Ruscio – Qui si insegna a gestire l’emergenza, a seconda delle esigenze dei pazienti. Gli infermieri continueranno a fare le loro prestazioni”.

modificato dalla redazione web il 7 luglio alle 17

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