“Non si possono escludere fusioni, acquisizioni e chiusure di istituti bancari“. Doccia fredda per le banche del continente dal presidente della Bce Mario Draghi. Che ha risposto così, in conferenza stampa a Francoforte, a una domanda sugli “esami” dell’Eurotower sui più grandi istituti di credito dell’eurozona. Lasciando intendere che non tutti supereranno indenni la prova. Come è noto, tra le banche i cui attivi sono in questo momento al vaglio degli ispettori ce ne sono 15 italiane: da Unicredit a Intesa Sanpaolo, da Bpm al Banco Popolare, passando per Mps, Banca Carige e Ubi Banca. Non per niente più di uno ha lanciato corposi aumenti di capitale finalizzati proprio a presentarsi ai “test” nella forma migliore possibile.

 Il governatore, che dopo gli interventi del 5 giugno stavolta ha come previsto lasciato invariati i tassi di interesse, ha anche annunciato che i nuovi prestiti a lungo termine alle banche condizionati al credito all’economia reale (Tltro) potrebbero ammontare a 1.000 miliardi di euro. Poi l’usuale riferimento indiretto all’operazione di acquisto di titoli di Stato che la Bce potrebbe mettere in campo in caso di necessità: il Consiglio direttivo “è unanime nel suo intento di usare anche strumenti non convenzionali per contrastare i rischi di un lungo periodo di bassa inflazione”, ha ribadito l’ex governatore di Bankitalia. In ogni caso, le previsioni restano ottimistiche: nel medio periodo secondo Draghi l’andamento dei prezzi dovrebbe riallinearsi all’obiettivo dell’Eurotower, ovvero poco al di sotto del 2%. Dopo il taglio deciso il 5 giugno, che ha portato i tassi di interesse al minimo storico dello 0,15%, ora “rimarranno al livello attuale per un lungo periodo di tempo”, ha detto Draghi. 

Quanto all’andamento dell’economia dell’eurozona, Draghi ha spiegato che nel secondo trimestre del 2014 è proseguita una “moderata ripresa“, anche se “la disoccupazione rimane alta” e “la capacità inutilizzata” nel mercato del lavoro “resta considerevole”. 

Novità, infine, sul ritmo delle riunioni del consiglio direttivo: dal primo gennaio 2015 si svolgeranno ogni sei settimane, invece che ogni mese. Tenendole ogni quattro, è la spiegazione, “i mercati nutrivano troppe attese”. Le riunioni “creano una specie di aspettativa di mercato che spesso si autoalimenta”, mentre la Bce “non deve essere spinta a decidere ogni mese”.