“Con la laurea in economia e il massimo dei voti a Roma lavoravo per la più grande ong italiana per 1.120 euro, ma non al mese: ogni 30 giorni lavorativi. Poi mi sono trasferito a Bergen, per seguire la mia ragazza che è di qui: ho fatto il cameriere per un anno a 2.500 euro al mese e sono riuscito a mettere da parte i soldi per realizzare il mio sogno”. Andrea Magugliani, romano, classe 1984, un passato nella cooperazione internazionale, ora vive in Norvegia dove con altri 3 ragazzi ha creato Stepsie, piattaforma online per la gestione di progetti. Fondatori italiani e australiani, sede a Bergen, sviluppatori del software in Estonia: “A 3 mesi dal lancio, abbiamo utenti in 25 paesi – racconta – fossi rimasto a Roma, sarebbe stato impossibile: qui tutti i lavoratori, e soprattutto i laureati, vengono trattati con una dignità che in Italia è sconosciuta”.

Laurea in Economia dello sviluppo nel 2008 alla Sapienza, quindi un anno nella cooperazione italiana: “Poi, nel 2010, ho vinto un concorso dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni per seguire un progetto in Nepal“. Un anno a Kathmandu e nel 2012 il trasferimento in Norvegia: “Un mondo che dall’Italia è difficile immaginare, uno Stato al servizio dei cittadini. Qui, ad esempio, il 740 non si fa: a inizio anno comunichi al fisco quanto pensi di guadagnare; ogni mese paghi una certa percentuale di tasse e a fine anno lo Stato fa i conti: se hai incassato più del previsto versi il dovuto, se hai pagato di più ti ridanno la differenza. Se hai mutuo o figli paghi meno e per i primi 2 anni agli immigrati fanno uno sconto del 10% per aiutarli ad inserirsi”. Un sistema la cui trasparenza, per chi è avvezzo alle opacità nostrane, ha dell’irreale: “Sul sito del fisco c’è un link, ‘Guarda come vengono usate le tue tasse’, dove sono riportati voce per voce gli utilizzi di ciò che viene versato da ogni singolo contribuente”.

A Bergen Andrea comincia a lavorare, impara il norvegese e incontra 3 australiani, tutti tra i 28 e i 30 anni: due ingegneri, Damon e Jono, e un avvocato, Nick. E’ la nascita di Stepsie. “In un mondo globalizzato, in cui capita sempre più spesso di lavorare a distanza – spiega Andrea – chi partecipa ad un progetto collettivo può avere delle difficoltà nel condividere i materiali e tenersi aggiornato sul lavoro. Stepsie serve a questo, a mantenere tutte le informazioni su un’unica piattaforma, consultabili da qualsiasi dispositivo connesso a internet, desktop e mobile“. Ogni progetto è diviso in steps, ogni step ha un suo responsabile: “Se si vuole creare una nuova app per Android – continua Andrea – il lavoro può essere diviso in 4 parti: la raccolta delle idee, la costruzione del prototipo, l’alpha testing e il lancio. Sulla piattaforma ogni step ha la sua cartella: i responsabili lavorano in parallelo, si scambiano informazioni e ogni volta che il progetto fa un passo avanti, tutti i membri ricevono una notifica via mail”.

I soldi non sono piovuti dal cielo: per metterli da parte Andrea ha fatto il cameriere, tra i suoi soci c’era chi lavorava in un pub e chi faceva l’operaio. “Ho lavorato in un ristorante italiano: prendevo 2.500 euro al mese: una parte la usavo per l’affitto e il corso di norvegese; un’altra la mettevo via per Stepsie“. Più di un anno a servire ai tavoli e a inviare curriculum, poi l’approdo alla Beerenberg, colosso del settore energetico nel paese terzo esportatore al mondo di petrolio: “In Norvegia non è detto che se sei laureato in chimica tu debba fare per forza il chimico nella vita. Qui puoi fare di tutto, perché i datori di lavoro partono dal presupposto che l’università ti insegna innanzitutto un metodo. Io sono laureato in Economia, ho lavorato nella cooperazione e ora sto in un’azienda petrolifera”. L’obiettivo: “Vivere lavorando a Stepsie e svilupparla”.

La start up è gestita da tre diversi angoli del pianeta. “Io e Damon siamo a Bergen; Nick, il nostro legale, vive in Australia; Jono, responsabile del software, si è trasferito a Tallin per seguire lo sviluppo della piattaforma da parte di Fraktals, la compagnia che l’ha realizzata”. In Estonia, dove le competenze sono di altissimo livello e i prezzi sono bassi: “Abbiamo speso 70mila euro, un terzo di quanto avremmo speso negli Usa, la metà di quanto ci avrebbero chiesto in Italia“. I server? “Non stiamo con Amazon: i nostri dati sono salvati in un server in Islanda alimentato a energia geotermica e al riparo dal rischio di essere spiati”. La startup è giovane, ma guarda al futuro: “Il prossimo passo è la nascita di Stepsie Charity: vogliamo dare vita a progetti umanitari in paesi in via di sviluppo. Già oggi forniamo il programma gratis alle ong. Inoltre crediamo nella formazione: abbiamo un accordo con l’università di Bergen, che ha inserito gratuitamente Stepsie tra i materiali di studio degli studenti“.