L’Italia, è noto, è agli ultimi posti in Europa come capacità di sfruttare i fondi strutturali europei. Anche a causa del nodo del cofinanziamento nazionale: il fatto, cioè, che a fronte del denaro messo a disposizione da Bruxelles le singole Regioni e lo Stato devono contribuire con una quota di risorse proprie. Secondo le ultime stime, entro la fine del 2015 restano da spendere ancora 28,8 miliardi di euro relativi alla programmazione 2007-2013, di cui oltre 15 di cofinanziamento nazionale. A offrire a Roma un assist su questo fronte, in modo inatteso, ci ha pensato giovedì il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel. Che, parlando al Bundestag. ha citato esplicitamente il caso Italia. E invitato la Ue a prendere in considerazione la possibilità di eliminare quel vincolo. “Se lo Stato italiano non può accedere a 15 miliardi di fondi Ue, perché non può sostenere il finanziamento equivalente senza sforare i criteri del deficit”, ha chiesto ai deputati il numero due di Angela Merkel, “perché non è possibile rinunciare all’obbligo di cofinanziamento?”. “Questo è il tipo di flessibilità cui si deve arrivare adesso”, ha continuato Gabriel. “E questo è quello che mi aspetto dalla prossima Commissione”. 

A poche ore dall’avvio del Consiglio europeo di Ypres, Gabriel è tornato naturalmente sul tema del rispetto del patto di Stabilità: “Nessuno, nemmeno nella Spd, vuole attaccarlo. Né vogliamo ridefinirlo in modo creativo”, ha garantito. Rassicurando così i falchi di Berlino, a partire dal governatore della Bundesbak Jens Weidmann, che due giorni fa ha avvertito che indebolire quel “testo sacro” sarebbe un errore fatale. Ma, ha aggiunto Gabriel, va interpretato in modo da lasciare spazio di manovra ai Paesi in difficoltà “per poter procedere ad investimenti e promuovere la crescita”. Il ministro dell’Economia socialdemocratico ha così fatto un ulteriore passo avanti rispetto alle affermazioni rilasciate a Tolosa, quando si schierò a favore di politiche che dessero più tempo ai Paesi del Sudeuropa in cambio delle riforme.

Gabriel ha anche ricordato che la Germania non avrebbe potuto realizzare gli obiettivi dell’Agenda 2010 di Gerhard Schroeder e le riforme che l’hanno fatta diventare la locomotiva d’Europa se non avesse, nel 2003, sforato i parametri di Maastricht. “Se all’epoca la Germania, oltre all’agenda 2010, avesse anche dovuto risparmiare 20 miliardi Il risultato sarebbe stato che l’agenda non sarebbe stata posta in essere”. Un dato di fatto che martedì è stato ricordato anche da Matteo Renzi, pronto subito dopo a precisare che l’Italia non chiede di poter fare altrettanto ma solo, appunto, di sfruttare la flessibilità esistente e non ricevere da Bruxelles e Berlino continui “compiti a casa”.