Al di fuori dei riflettori delle telecamere, che ormai inquadrano solo quello che succede in campo, negli angoli bui del fuoricampo televisivo, il Brasile è ancora un paese attraversato dalle proteste e dai conflitti. E soprattutto dalle risposte violentissime della forze armate, come testimoniano immagini e video che mostrano i poliziotti sparare ad altezza uomo. Certo, la massa d’urto è sensibilmente ridotta rispetto al milione di persone che scesero in strada per protestare contro la Confederations Cup del giugno 2013, ma focolai di proteste si ritrovano in ogni città. Come ieri a Fortaleza prima del match tra Brasile e Messico. La durissima repressione poliziesca è senza dubbio la prima causa della portata limitata di queste proteste. Mobilitazioni di massa a livello nazionale in Brasile ci saranno il fine settimana del 28 e 29 giugno, e poi il 13 luglio, il giorno della finalissima al Maracanà di Rio de Janeiro. Ma anche in questi giorni i movimenti Nao Vai Ter Copa hanno fatto sentire la loro voce: piccole proteste, massiccia risposta delle forze dell’ordine. Il 15 giugno, giorno dell’apertura dello stadio Maracanà per la partita tra Argentina e Bosnia, centinaia di persone si sono date appuntamento per manifestare davanti allo stadio, ma non sono riusciti a raggiungerlo perché ormai gli impianti brasiliani sono considerati zone rosse.

E il parallelo tra grandi eventi sportivi e riunioni dei grandi della terra è sempre più evidente. Partiti da Piazza Sáenz Peña, i manifestanti sono stati accolti da lacrimogeni e granate assordanti e costretti a ripiegare in stradine laterali, dove sono continuati gli scontri. E anche i turisti hanno fatto le spese dei lacrimogeni, come riporta il giornalista Dave Zirin. In un video girato dalla Associated Press si vede un poliziotto arrivare a bordo di una moto enduro, sparare con la pistola d’ordinanza ad altezza uomo e poi andarsene in tutta fretta. Mentre il Daily Telegraph ha ripreso un uomo vestito da cittadino comune che diceva di essere un poliziotto sparare in aria colpi di pistola. A dimostrazione che anche i proiettili di gomma sono sparati ad altezza uomo, un turista è stato medicato con due buchi nella schiena: qualche centimetro più in là e poteva essere una tragedia. Lo stesso è successo il giorno dopo a Curitiba, dove all’Arena da Baixada si sono sfidate Iran e Nigeria, mentre fuori la polizia continuava a sparare proiettili di gomma ad altezza uomo. Undici gli arresti a Curitiba, una trentina ieri a Fortaleza, che sommati a quelli nelle manifestazioni delle altre città fanno salire il numero a diverse centinaia.

Il livello di repressione è altissimo, lo spettacolo deve andare avanti senza che nessuno lo disturbi. Non per nulla su una cifra complessiva vicina ai 13 miliardi di dollari spesa per i Mondiali di Brasile 2014, oltre 1 miliardo è stato speso nella sicurezza: un business che deve essere giustificato. “Abbiamo una situazione in cui le forze dell’ordine si comportano in modo molto violento contro manifestazioni che non sono numericamente importanti – spiega Ignacio Cano, esperto di pubblica sicurezza dell’Università Statale di Rio de Janeiro -. La polizia esagera nelle risposte anche quando i manifestanti non sono vicini agli obiettivi sensibili, ma questo esaspera gli animi e peggiora la situazione. Con proteste che non sono oceaniche, le forze dell’ordine si stanno comportando in modo non saggio, come minimo”. Ora c’è da vedere cosa succederà nel caso in cui a scendere in piazza non siano più i cittadini, ma i tifosi delle nazionali che si scontrano tra loro.

Intanto, oltre alle proteste di strada continuano le iniziative dei movimenti. A Itaquera, sobborgo di San Paolo, i movimenti Sem Terra e quelli di lotta per la casa – la vera novità di queste proteste brasiliane – hanno organizzato da una settimana il campeggio alternativo della Coppa del Popolo: tra le oltre cinquemila tende si organizzano dibattiti, assemblee e un Mondiale di calcio alternativo in un’atmosfera giocosa e festosa. Sempre a San Paolo, nella favela Moinho si è giocata la Copa Rebelde di Moinho, una specie di Olimpiade della protesta in cui i bersagli erano l’ex idolo brasiliano Ronaldo, che ha esplicitamente appoggiato la repressione governativa della proteste, e gli organizzatori di Brasile 2014. E questa è la dimostrazione che lontano dalle telecamere interessate solamente al calcio, ai suoi miliardi e alle feste patinate, c’è un Brasile che ama ancora lo sport.

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