Vincono gli ambientalisti, la diga Hydroaysen non si farà. Il comitato interministeriale cileno ha accolto i ricorsi e le osservazioni degli ambientalisti e di molti residenti della regione di Aysen e ha bocciato il mega progetto di cinque grandi dighe nella Patagonia cilena. L’italiana Enel ha un ruolo di protagonista nella vicenda (51% di proprietà della società) perché in condivisione con il socio locale Colbùn (49%) possiede l’acqua dei fiumi privatizzati da Pinochet che li aveva praticamente regalati alla spagnola Endesa poi acquisita dall’azienda per l’energia elettrica italiana. Endesa e Colbùn sono i principali produttori di energia in Cile e nel progetto delle 5 dighe hanno già speso 300 milioni di dollari e avrebbero investito tra i 5 e i 10 miliardi. Compresa la realizzazione di un elettrodotto di 2mila chilometri. La vicenda è stata più volte al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica cilena che spinta dal movimento “Patagonia Sin represas” si è schierata massicciamente contro il progetto. Uno dei primi leader del No a Hydroaysen, il vescovo locale Luis Infanti della Mora, di origine italiana, ha spinto tutta la Chiesa cilena a prendere posizione.


(video di Paolo Hutter girato nel 2010)

C’è sempre la possibilità di un ricorso, ma la decisione presa dai ministri – dell’Energia dell’Ambiente dell’Economia e della Salute – del governo Bachelet pesa come un macigno nei confronti di Enel e Colbùn. I ministri coinvolti negano che si tratti di una decisione politica e puntano l’indice su tre punti deboli del progetto: le incognite sulle modifiche al bacino del fiume Baker, le incertezze sulla ricollocazione dei 120 abitanti che sarebbero stati costretti al trasferimento e la protezione della fauna. Soprattutto la tematica degli sfratti è stata al centro delle preoccupazioni dei sostenitori del progetto Hydroaysen, dopo che il vicepresidente della società Daniel Fernandez, li aveva colmati di visite e promesse. Tutti si sono ricordati che in una intervista pre-elettorale dell’autunno scorso Michelle Bachelet si era dichiarata contraria al progetto e che invece nel 2012 la Corte Suprema aveva respinto i ricorsi ambientalisti. La motivazione politica ha prevalso, secondo tutti gli osservatori. Nel senso che il governo (centrosinistra allargato ai comunisti) ha tenuto conto dell’opinione pubblica, mentre in passato, nelle presidenze Frei e nella prima presidenza Bachelet la stessa Concertacion appoggiava invece le 5 dighe. “E’ il trionfo della società civile organizzata che ha alzato la sua voce e ha prevalso dopo 10 anni”, ha detto il direttore di Greenpeace Matias Asun, “è una delle più importanti vittorie ambientaliste nel mondo”. Patricio Rodrigo, che in quanto direttore esecutivo di Patagonia Sin Represas (senza dighe) è stato anche in Italia all’assemblea degli azionisti Enel ha invece commentato: “Abbiamo speso meno di un centesimo di quello che hanno già speso loro per studi preliminari e campagne di comunicazione. Non siamo contro ogni nuova diga, ma bisogna discutere con le popolazioni locali come sfruttare in modo sostenibile l’energia dell’acqua del territorio. Le decisioni non possono arrivare dalla Spagna, dall’Italia o da qualche segreta stanza di Santiago”.

Questa connotazione anti-multinazionale ha contribuito al successo della campagna contro il progetto Hydroaysen. Lo conferma addirittura l’ex Presidente, di centrodestra, Sebastian Pinhera che aveva sostenuto il “sì” al progetto ma sempre più tiepidamente, lasciando alla sua successora la patata bollente. Dopo la bocciatura di questi giorni Pinhera per la prima volta ha ammesso: “Endesa Enel e Colbun non erano i soggetti adatti per portare avanti un progetto del genere perché son già troppo forti nell’energia in Cile”. Secondo il quotidiano economico Pulso le reazioni nella società Hydroaysen dopo la bocciatura sono differenziate. Mentre i cileni di Colbun vorrebbero polemizzare apertamente col governo, gli italiani di Endesa portano avanti una linea più morbida, anche per non mettere in difficoltà le iniziative solari di Enel Green Power in Cile.