Una domanda di asilo illegale a sua insaputa. “Non ho mai pensato che le domande di asilo potessero essere considerate una condotta illegale”. Nell’interrogatorio davanti ai pm che coordinano l’inchiesta che ha portato al suo arresto e a quello dell’ex ministro Claudio Scajola, Chiara Rizzo cade dalle nuvole. In carcere a Reggio Calabria dal 20 maggio, estradata dalla Francia dopo l’arresto avvenuto a Nizza, la moglie di Amedeo Matacena continua professarsi innocente. Suo marito, ex parlamentare di Forza Italia, è stato condannato in via definitiva a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa ed è attualmente latitante a Dubai. Proprio la sua latitanza è al centro dell’inchiesta: secondo la Dda reggina e la Dia, che ha condotto le indagini, Matacena avrebbe goduto di una rete per la protezione della sua latitanza di cui avrebbero fatto parte anche la moglie e l’ex ministro Claudio Scajola.

“Prima dell’incontro di Bernareggio non sapevo che Scajola fosse portatore di un suo interesse, come ho appreso dalle intercettazioni. L’incontro ha portato alla stipula di un contratto tra me e Tecnofin”, ha detto la donna ai pm in merito all’incontro per il quale Scajola attivò la sua scorta e l’accompagnò aspettando fuori. Il contratto con la società di Gabriele Sabatini prevedeva un compenso di 200 mila euro in caso di avvio di una fabbrica per la costruzione di case in legno a basso costo in Africa. 

Scarpe da ginnastica, pantaloni di tuta e t-shirt a mezze maniche, la Rizzo ha incontrato nel carcere di Arghillà il senatore Lucio Barani, con il quale ha avuto un colloquio di circa 20 minuti. “Andavo a trovare mio marito perché lo amo e non pensavo che fosse un reato”, ha detto in lacrime la donna. “Voglio bene alla mia famiglia – ha aggiunto – e credo di non aver fatto nulla di sbagliato. Perché non dovevo andare a trovarlo? Ed ora mi tengono in carcere per questo motivo? Francamente mi sembra tutto assurdo”. Poi l’appello al senatore: “Da quando sono detenuta non ho più notizie di mio figlio quindicenne, ho bisogno di aiuto. Non so se sta con la sorella. Non so chi si sta prendendo cura di lui”. E ancora: “Non mi consentono nemmeno una telefonata con lui. Io non ho fatto nulla di male. Amo la mia famiglia ed ora sono privata dei miei affetti”. Quindi la denuncia contro il sistema detentivo francese: “Nel carcere di Marsiglia sono stata tratta molto male. Mi hanno sistemato con alcune prostitute in condizioni davvero precarie”.

La donna ha parlato anche della separazione con il marito, sulla quale gli inquirenti hanno molti dubbi. “La procedura di separazione da mio marito è effettiva. La mia decisione è originata dal desiderio di iniziare una nuova vita”. Così la Rizzo ha motivato la decisione di separarsi dal marito. Separazione, invece, definita “apparente” nell’ordinanza di custodia cautelare, perché secondo la Dda reggina avrebbe fatto parte della strategia messa in atto dalla Rizzo per schermare i beni del marito e renderli insequestrabili. 

Anche per Scajola i magistrati ipotizzano accuse pesanti. L’ex ministro avrebbe messo in atto “condotte dirette a interferire su funzioni sovrane quali la potestà di concedere l’estradizione“. Lo scrivono i pm della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel nel decreto di perquisizione emesso dalla Dda ed eseguito contestualmente agli arresti: gli inquirenti si riferiscono alla presunta attività svolta da Scajola e da altri indagati al fine di far trasferire Matacena da Dubai, dove si trova attualmente libero ma privato del passaporto, in Libano, Paese ritenuto più sicuro per evitare l’estradizione. Per i pm gli indagati “prendono parte a una associazione per delinquere segreta collegata alla ‘ndrangheta da rapporto di interrelazione biunivoca al fine di estendere le potenzialità operative del sodalizio mafioso in campo nazionale e internazionale”.