Sosteneva Winston Churchill che il pessimista vede pericoli in ogni opportunità mentre l’ottimista vede opportunità in ogni pericolo. Nell’esaminare le condizioni della finanza pubblica italiana dopo gli effetti di una recessione in due tempi che è complessivamente durata sei anni, salvo un breve intervallo a metà periodo, conviene usare il metodo di Churchill e guardare prioritariamente alle poche opportunità esistenti e cercare di usarle anziché lasciarci travolgere dagli abbondanti pericoli che tuttora sussistono. Può dunque sembrare provocatorio, ma non lo è in realtà più di tanto, domandarci: quali sono le opportunità del “Fiscal compact”? Esse sono poche, in realtà, ma tuttavia non prive d’interesse.

Intanto, in breve, cos’è il Fiscal Compact. È nello stesso tempo l’insieme delle regole di finanza pubblica vigenti nell’euroarea e il trattato, approvato a marzo 2012, che le contiene: l’obbligo di inserire il pareggio di bilancio nelle regole vincolanti di finanza pubblica, possibilmente poste in norme di livello costituzionale, come avvenuto in Italia con la modifica dell’articolo 81 della Costituzione avvenuta nell’aprile del 2012; il limite dello 0,5% di deficit strutturale, calcolato al netto degli effetti del ciclo economico e di fattori straordinari; il vecchio obbligo del limite del 3% nel rapporto tra deficit e Pil che abbiamo ereditato dal trattato di Maastricht; l’obbligo per i paesi che non rispettano il limite del 60% nel rapporto tra debito e Pil di ridurre tale rapporto di almeno un ventesimo all’anno per un ventennio, in modo da raggiungere il valore obiettivo.

Quest’ultima condizione è la più impegnativa per l’Italia dato che il rapporto tra debito e Pil viaggia verso il 135%, ben 75 punti sopra il limite, ed è il secondo più alto dell’euroarea dopo quello greco. Anche se la regola ha molte attenuazioni applicative e il nostro Paese, essendo stato in grado di rientrare entro il 3% in termini di disavanzo rispetto al Pil, ha ancora un biennio per dimostrare di riuscire a rispettarla, è evidente che questo vincolo risulta decisamente più stringente rispetto al vecchio 3%, che era stato sinora il parametro chiave, ed è altrettanto evidente che ci porrà notevoli problemi nei prossimi anni. Come potremo infatti ridurre il rapporto debito/Pil di oltre tre punti e mezzo all’anno, corrispondenti a circa 50 miliardi di euro?

A questa domanda i pessimisti hanno risposto che bisognerà fare manovre per 50 miliardi all’anno per vent’anni. Ma la risposta è falsa perché se si facesse anche una sola manovra di questa portata il Pil nominale, che si trova al denominatore del rapporto, cadrebbe drasticamente impedendo qualsiasi avvicinamento dell’obiettivo. È esattamente quello che è avvenuto con la tripla manovra 2011 da 80 miliardi e 5 punti di Pil in tre anni di Tremonti e Monti, che non ha conseguito e neppure minimamente avvicinato il pareggio di bilancio, ma prodotto solo grandi effetti recessivi e raddoppiato la crescita del rapporto debito/Pil rispetto al precedente biennio. Se il Fiscal Compact, che guarda al debito ancor prima che al deficit, fosse stato in vigore quella manovra non ce l’avrebbero proprio fatta fare perché controproducente e l’economia, pubblica e privata, del nostro paese starebbe ora decisamente meglio.

Proviamo allora a guardare al Fiscal Compact dal lato delle opportunità: se applichiamo la regola al debito pubblico netto dell’Italia anziché a quello lordo, come appare più corretto, l’eccesso è “solo” di 65 punti (125% meno 60%) il cui ventesimo corrisponde a circa 3,3 punti di riduzione. Dato che tale obiettivo non può essere perseguito attraverso manovre imponenti di finanza pubblica che farebbero ridurre il Pil al denominatore mentre il debito al numeratore continuerebbe a crescere, l’unica possibilità di successo è quella esattamente opposta: far crescere il Pil nominale più velocemente del debito. Il Fiscal Compact, e purtroppo sembra che quasi nessuno lo abbia compreso, ci chiede solo e semplicemente di ritornare ad una normale, normalissima, crescita economica. Immaginiamo questa crescita, dando dei numeri normali, non particolarmente ambiziosi: ipotizziamo una crescita reale dell’1,5% e un deflatore del Pil pari al 2%, i quali determinano una crescita nominale del Pil del 3,5%. Essa ci aiuta a ridurre il rapporto debito/Pil esattamente per il prodotto tra il 3,5% e il rapporto debito/Pil di partenza, quindi circa 4,5 punti, persino più di quanto ci chieda il Fiscal Compact.

Poi bisogna tener naturalmente conto del fatto che il nostro bilancio non è in pareggio e che il rapporto deficit/ Pil (in realtà fabbisogno/Pil) fa crescere in misura corrispondente il rapporto debito/Pil. Nella nostra ipotesi potremmo pertanto permetterci un deficit all’1,2% del Pil compatibile con 3,3 punti annui di riduzione del rapporto.

Purtroppo l’1,2% di deficit è impossibile dato che siamo ora al 3% e non è opportuno cercare di scendere troppo velocemente. Dunque vi sarebbe un 1,8% scoperto. Potremmo però effettuare privatizzazioni annue per circa l’1% del Pil mentre qualche decimo di punto di risparmio ulteriore ci arriverebbe dalla contrazione del costo annuo dei titoli pubblici. A questo punto saremmo sostanzialmente in grado di rispettare l’obiettivo. Il segreto del Fiscal Compact è solo una crescita reale di almeno l’1,5% l’anno. Peccato che non lo si sia ancora capito.

Da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 14 maggio 2014

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