Quattro mesi di carcere per aver insultato e chiamato più “pecorella” un carabiniere. Marco Bruno, trentenne di Giaveno, militante No Tav, è stato condannato dal giudice del tribunale di Torino Gian Luca Robaldo per oltraggio a pubblico ufficiale. Nei confronti dell’imputato il pm Nicoletta Quaglino aveva chiesto una condanna a sei mesi, mentre i difensori Maurizio Cossa e Claudio Novaro ne avevano chiesto l’assoluzione perché il fatto non costituiva reato e il gesto doveva essere considerato come espressione di critica e satira. La pena è stata sospesa con la condizionale e Bruno dovrà pagare le spese legali.  

I fatti risalgono al 28 febbraio 2012, un periodo di tensione in Val di Susa. Quel giorno il popolo No Tav aveva deciso di bloccare l’autostrada come protesta per quanto accaduto nei confronti di Luca Abbà, ricoverato in ospedale in gravissime condizioni dopo essere rimasto folgorato. Il giorno prima Abbà, uno dei volti dell’ala anarchica del movimento, si era arrampicato su un traliccio a Chiomonte vicino al cantiere della Torino-Lione dove erano in arrivo i mezzi da lavoro scortati dalle forze dell’ordine. Un poliziotto del nucleo rocciatori stava salendo sul traliccio per prendere Abbà, che da lassù stava raccontando i fatti in diretta telefonica a Radio Blackout. Per sfuggire l’anarchico era salito ulteriormente e si era avvicinato ai cavi, ma era rimasto rimase folgorato ed cadde da un’altezza di dieci metri. Fu ricoverato in coma e il movimento, scioccato da quanto accaduto a uno dei suoi leader, reagì subito. È in questo contesto che, durante un blocco dell’autostrada, Marco Bruno si è rivolto a un giovane carabiniere in tenuta antisommossa che stava presidiando la zona: “Che pecorella sei? Non hai un numero, un nome, un cognome? – aveva detto Bruno al militare – Comunque sei una bella pecorella”. Il militare era “vestito come uno stronzo”, ma – concludeva Bruno – “comunque vi vogliamo bene”. 

Il suo monologo venne ripreso dalle telecamere, venne trasmesso e suscitò forti reazioni. Il militare, che non reagì alle provocazioni, venne encomiato a Roma dal comandante generale dell’Arma Leonardo Gallitelli. Bruno invece finì indagato dalla procura di Torino e ricevette alcune minacce di morte, come afferma lui stesso nel racconto che i Wu Ming hanno scritto per il libro “Nemico pubblico” e come hanno ricordato i suoi difensori durante il processo.