“Se Alitalia chiude, vanno tutti a casa”, ha avvisato il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, spiegando che se “il piano industriale comporterà ristrutturazioni è un passo in avanti”. Ristrutturazioni? Eppure, in più occasioni, Lupi aveva negato la prospettiva di nuovi tagli (“Etihad ha chiesto nuovi esuberi? Non mi risultano”, aveva assicurato). Possibile che l’esecutivo abbia cambiato idea su un punto così importante come quello occupazionale? Di sicuro il governo di Matteo Renzi sta tentando in ogni modo di evitare che la speranza di un accordo con il potenziale socio Etihad vada in fumo proprio nel pieno della campagna elettorale per le europee (si vota il 25 maggio). E non può quindi imporsi sui tagli perché la trattativa è in stallo: l’ad del vettore di Abu Dhabi James Hogan si è detto in linea di massima d’accordo sull’ipotesi di dividere debiti (circa 1 miliardo), contenzioso (400 milioni) e perdite 2013 (si stima 300 milioni) dalla nuova Alitalia in cui la compagnia di Abu Dhabi dovrebbe investire circa 500 milioni ottenendo in cambio il 49% del capitaleIl manager ha però chiesto garanzie sulla realizzazione del progetto che prevede gli investimenti in alta velocità per Fiumicino oltre a tagli al personale per circa 3mila unità. Dal canto loro i sindacati si sono detti indisponibili a ulteriori sacrifici senza certezze sugli investimenti.

Il tavolo con le organizzazioni di categoria previsto per giovedì 9 è intanto slittato a data da destinarsi: l’azienda ha comunicato ai sindacati che il rinvio è stato deciso per l’indisponibilità di una sigla. Un’incertezza che non promette nulla di buono, dopo che già mercoledì 8 sono andate in fumo le aspettative sull’incontro tra il premier Renzi e il ministro degli esteri emiratino, Abdullah bin Zayed Al Nahyan. “Come governo cercheremo di creare il clima più favorevole possibile per l’accordo”, ha detto Bin Zayed Al Nahan, osservando che al momento tra le due compagnie è in corso un dialogo “per risolvere alcune criticità che sono normali in questi casi. Se poi il governo italiano dovesse decidere di accelerare questo dialogo…, questa sarà una sua decisione”. Per l’emiro quindi Renzi resta l’ago della bilancia della partita. Ma il governo, pur ribadendo “l’impegno ad accompagnare la trattativa”, ha escluso l’ipotesi della creazione di una bad company pubblica che scarichi i debiti di Alitalia sullo Stato secondo il copione 2008 messo in scena da Silvio Berlusconi con l’aiuto dei “patrioti” guidati da Roberto Colaninno e costata 4,5 miliardi di euro ai contribuentiTuttavia tutto, finora, sembra puntare in direzione opposta.

In attesa che il governo, i patrioti e le banche creditrici Intesa e Unicredit decidano il da farsi, AirFrance-Klm segue da vicino la partita. Pronta a entrare in gioco non appena qualcosa si muoverà. Due le ipotesi sul campo. La prima, in caso di fallimento della trattativa con Etihad, vede i francesi ripresentarsi al capezzale Alitalia con una nuova proposta a buon mercato. Di certo ben più bassa degli 1,7 miliardi offerti nel lontano 2008. La seconda, in caso di successo, prevede che la compagnia d’Oltralpe decida di investire accanto a Eithad. Scenario, quest’ultimo, che rischia di bloccare i progetti di sviluppo del vettore mediorientale sugli scali italiani. Per ora l’unica cosa certa è che la nuova liquidità entrata in Alitalia con l’aumento di capitale di fine dicembre è stata già in buona parte bruciata. Compresi i soldi pubblici di Poste e buona parte degli aiutini nascosti messi sul piatto dall’ex premier Enrico Letta. A completare il quadro, infine, c’è il fatto che la bad company immaginata dall’ad Gabriele Del Torchio per il secondo salvataggio Alitalia è già, quanto meno per la quota Poste, un ulteriore costo per le casse pubbliche. Su cui già graveranno tutti gli ammortizzatori sociali necessari a chiudere la partita.