L’ultimo rapporto Unicef, in collaborazione con L’Istat, non lascia dubbi: l’Italia è pienamente contagiata da quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito “silente epidemia globale”. Sono 1,3 miliardi gli adulti obesi o in sovrappeso nel mondo. Numero che è quasi quadruplicato nei paesi in via di sviluppo negli ultimi 30 anni, e che ormai supera quello dei paesi più ricchi. In Europa circa la metà della popolazione adulta è in sovrappeso e il 20-30% degli individui, in molti Paesi, è qualificabile come “clinicamente obeso”.

L’Italia non è da meno: 3 adulti su 10 (32%) risultano in sovrappeso, mentre 1 su 10 è obeso (11%): complessivamente, quindi, circa 4 adulti su 10 (42%) sono in “eccesso ponderale”. Ma il futuro non sembra promettere meglio, stando agli ultimi dati l’Italia ha uno dei più alti tassi di obesità infantile fra i paesi occidentali, secondo solo a quello degli Stati Uniti. E le percentuali sono decuplicate dagli anni Settanta del secolo scorso.

Oggi il 26,9% dei ragazzi italiani dai 6 ai 17 anni è in eccesso di peso, con punte non trascurabili nel Sud e nelle isole. Percentuale che aumenta nella fascia dei bambini fra i 6 e 10 anni, arrivando fino al 35,7%: quindi uno su tre di quella fascia, ovvero circa un milione di bambini in totale (dati del Ministero della Salute). In alcune regioni, quale la Campania, dove l’attività fisica è poco praticata, le percentuali in quella fascia salgono fino al 49%. Considerevole anche la percentuale di bimbi italiani in sovrappeso nella fascia 3-11 anni: 25,2%. Che scende al 17,3% per i ragazzi fra gli 11 e i 14 anni.  

Viviamo in un ambiente “obesogeno”, come scrive l’Oms, che favorisce l’obesità. Essa è associata a una forte riduzione dell’aspettativa di vita e a un incremento di anni di vita passati in malattia. Sono peraltro noti sia i legami fra obesità e diabete mellito (altra epidemia già dilagante), sia con altre patologie, fra cui il rischio cardiovascolare: che aumenta anche per chi è stato obeso anche solamente durante il periodo adolescenziale.

Meno noto è che in 2 casi su 3 un bambino in sovrappeso diverrà un adulto obeso: con conseguenze anche per il sistema sanitario.

In questo senso assume un rilievo fondamentale la prevenzione alimentare delle malattie, parte del diritto alla salute. Ad esempio recenti studi mostrano che l’educazione alimentare dei bambini avviene anche prima della loro nascita: le madri che si nutrono di cibo spazzatura in gravidanza hanno una elevata possibilità di avere figli con una predilezione per tali alimenti. Una specie di predisposizione che la madre conferisce al nascituro. Si suppone peraltro che i bambini, attraverso l’utero e il latte materno, siano esposti a percezioni che rappresentano una esperienza precoce dei sapori. Anche per questo l’allattamento al seno è più che necessario.

Nel 2012 soltanto il 39% dei bambini di età inferiore ai 6 mesi al mondo è stato allattato esclusivamente al seno. Un dato che non presenta particolari miglioramenti negli ultimi 20 anni. In Italia però siamo molto al di sopra e le donne che allattano meno, nella parte insulare della nazione, sono comunque un 74,5% del totale al 2005: un numero in crescita secondo i primi dati delle ultime rilevazioni ancora in corso.

Uno dei fattori che maggiormente influenza l’allattamento (e la sua durata) è il titolo di studio della madre: laureate o diplomate che allattano sono l’84% rispetto a una media di circa il 76% di quelle che hanno un titolo di studio inferiore.

Quanto alla successiva alimentazione dei bambini e ragazzi, fa notizia il diario alimentare degli alunni delle scuole medie di Palermo di recente riportato dal settimanale L’Espresso: niente colazione a casa ma brioche e merendine al bar prima di entrare in classe, lattina di Coca Cola a pranzo e a cena e patatine fritte come spuntino, frutta e verdura assenti. Insomma nulla a che vedere con la Dieta Mediterranea di cui ci proclamiamo, urbi et orbi, essere la patria: unica dieta ad essere riconosciuta, dalla Fao e dall’Oms, come misura per combattere le malattie croniche, cioè la principale causa di morte nel mondo.

L’indagine Istat/Unicef conferma gli orientamenti degli alunni palermitani:

– 16,7% dei ragazzi fra gli 11 e i 17 fa una colazione non adeguata, non si assicura un adeguato apporto giornaliero di calorie all’inizio della giornata, e assume solo tè o caffè.
– 17,4% dei ragazzi fra gli 11 e i 17 anni fa uso di snack (intendono alimenti salati come patatine, noccioline, olive, ecc.) almeno una volta al giorno. 11,4% dei bambini fra i 3 e gli 11 anni.
– 12% dei ragazzi consuma 4 o più porzioni di frutta e verdura al giorno, cioè 400 grammi (la quantità minima raccomandata dall’Oms per mantenersi in salute, l’ottimo è intorno a 6-7). Mentre il 63,2% dei ragazzi consuma al più fino a 3 porzioni.

 

Tutte le percentuali sono state messe in relazione con le aree geografiche, le condizioni economiche delle singole famiglie, e i titoli di studio delle madri. Emblematico è il caso dei ragazzi che consumano più di mezzo litro di bevande gassate (e zuccherate) al giorno: fra gli 11 e i 17 anni è pari a 4,7% se le madri sono laureate e a 10,4% se hanno il diploma di scuola superiore. Altrettanto rappresentativo è il consumo giornaliero di 4 o più porzioni di frutta e verdura: si attesta al 6,8% nel Sud Italia, mentre nelle isole è al 9,1%, contro il 14,2 nel Nord-Ovest, il 14,9% nel Nord-Est e il 15,1% al Centro.

 

 

 

Parimenti se entrambi i genitori sono in eccesso di peso la percentuale di bambini e adolescenti dai 6 ai 17 anni in sovrappeso sale al 38,1% rispetto alla percentuale del 28,1% (solo madre in sovrappeso) e del 26,5% (solo padre in sovrappeso). La quota di bambini in sovrappeso con entrambi i genitori normopeso scende al 20,4%. 

 

Non che siano soltanto i figli a necessitare di una corretta educazione alimentare.  

(Nella foto, la first lady Michelle Obama, portavoce di un’alimentazione sana)