“Ho un’opinione tutt’altro che negativa rispetto a quanto fatto in questi anni da Marchionne“. Parola di Pier Carlo Padoan che ha esternato il suo giudizio sul numero uno della Fiat nel corso di un’intervista a Il Foglio. Secondo il ministro dell’Economia quella del leader della Fiat è una “storia positivaconsiderando anche il ciclo economico avverso a livello europeo per le aziende che producono auto”. E positivo, sempre nel Padoan – pensiero è anche il suo percorso industriale sia dal punto di vista culturale che politico. 

In particolare per l’ex capo economista dell’Ocse la strategia portata avanti da Fiat negli ultimi anni, che ha portato all’apertura di impianti produttivi all’estero, dismettendo parzialmente gli stabilimenti italiani, con la perdita di oltre 20mila posti di lavoro non può considerarsi una delocalizzazione, “ma una magnifica trasformazione industriale”. Quello di Marchionne, ha detto, “credo sia un successo di cui il nostro Paese deve essere orgoglioso”.

Si potrebbe obiettare “che spostare la sede legale in Olanda e trasferire la residenza nel Regno Unito per questioni fiscali possa essere un atto opportunistico – ha poi aggiunto a proposito della nascita a gennaio della holding FCA, Fiat Chrysler Automobiles -, ma non mi sembra l’elemento più significativo della storia di Marchionne”. Dovrebbe essere l’Italia, spiega il ministro, “a muoversi per far sì che nel futuro per gli imprenditori possa essere conveniente rimanere“, un concetto più volte ribadito dal leader del Lingotto.

Riguardo al tentativo di Marchionne di introdurre un regime di contrattazione aziendale che scavalchi quello nazionale, poi, per Padoan si tratta di uno “choc positivo“. Quell’esempio “credo sia da seguire”, ha aggiunto, spiegando di essere convinto che “sul tema lavoro il nostro governo farà passi in avanti importanti. Penso alla riforma del contratto di lavoro – ha detto -, che io mi auguro possa avere come obiettivo finale, quello di offrire al nostro paese un contratto unico a tutele crescenti”.

L’Italia deve abituarsi, ha spiegato ancora il ministro, “a legare progressivamente le remunerazioni all’espressione produttività” e serve esplicitare “se fosse possibile, anche all’interno del disegno di legge delega sul lavoro, la necessità di rendere meno complicata per le aziende la possibilità di derogare con più facilità ai contratti nazionali. Esattamente sul modello del governo Schroder del 2003. La logica è sempre quella più si semplifica, più si de-burocratizza, e meglio è”.