L’hanno preso intorno alle dieci del mattino, andandolo ad arrestare in un lussuoso albergo di Beirut dove era stato localizzato già nelle ore precedenti. Finisce così in poche ore la latitanza lampo di Marcello Dell’Utri, condannato in secondo grado a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa Nostra, evaporato a pochi giorni dalla sentenza di Cassazione mentre la procura generale di Palermo cercava di arrestarlo. Le manette ai polsi dell’ex senatore le hanno messe invece gli agenti della polizia libanese, guidati da un funzionario della Polizia italiana, che hanno effettuato l’operazione dopo che nella giornata di ieri era stato spiccato un mandato di cattura internazionale.

“Un ottimo successo operativo” l’ha definito il sostituto procuratore generale di Palermo Luigi Patronaggio, che un anno fa aveva già chiesto l’arresto di Dell’Utri senza successo, vedendosi poi cassare per ben due volte l’istanza per vietare l’espatrio al fondatore di Forza Italia. Ufficialmente latitante dal 9 aprile, l’ex senatore si trova adesso negli uffici della sezione intelligence della polizia libanese di Beirut, dopo che nella notte è scattata l’operazione nata dalla collaborazione tra Dia e Interpol. “Un alto collaboratore dell’ex premier italiano Berlusconi” è come l’ha definito la stampa locale dando la notizia dell’arresto. La Dia di Palermo, che secondo quanto risulta al fattoquotidiano.it ha seguito attentamente i movimenti di Dell’Utri nelle ultime ore, aveva già localizzato l’ex senatore nella capitale libanese lo scorso 3 aprile, mentre una segnalazione anonima lo indicava tra i passeggeri di un volo Parigi – Beirut già il 24 marzo scorso.

E proprio mentre ieri sera alcune fonti investigative smentivano la presenza del sodale di Berlusconi in Libano, ecco che per Dell’Utri è scattato l’arresto. Nessun dettaglio è stato fornito dagli inquirenti, mentre la notizia, dopo ore convulse, è stata data in diretta televisiva dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. “Chiederemo l’estradizione” ha annunciato il responsabile del Viminale, mentre il guardasigilli Andrea Orlando si precipitava a Roma per firmare i documenti necessari.

Un iter complesso quello dell’estradizione: l’ultimo importante latitante estradato in Italia è Vito Roberto Palazzolo, arrestato in Thailandia dopo trent’anni di dorata clandestinità in Sudafrica, e trasferito a Milano dopo venti mesi di procedimento a Bangkok. Estradare Dell’Utri da Beirut, però, dovrebbe essere molto più semplice: il Libano infatti ha firmato dal 1975 un trattato con l’Italia, una Convenzione relativa all’assistenza giudiziaria reciproca in materia civile, commerciale e penale, alla esecuzione delle sentenze e delle decisioni arbitrali e all’estradizione. Secondo la legge l’ex senatore dovrà essere interrogato entro cinque giorni dall’arresto, mentre la sentenza definitiva degli ermellini è attesa per il 15 aprile: particolare rilevantissimo nell’estradizione che dovrebbe essere facilmente concessa dalle autorità libanesi.

Ma perché l’ex senatore del Pdl ha scelto un Paese da cui si può facilmente essere estradati per darsi alla clandestinità? Nella nota inviata ieri all’Ansa, il diretto interessato diceva di essersi allontanato dall’Italia per curarsi, ma che avrebbe rispettato la sentenza definitiva. È un fatto però che in un’intercettazione ambientale dell’8 novembre 2013, Alberto Dell’Utri, gemello del fondatore di Forza Italia, svelava già il piano di fuga verso Beirut, con cinque mesi d’anticipo rispetto all’ufficiale inizio della latitanza. Un piano di fuga non proprio blindato visti i rapporti stretti tra Italia e Libano. “Era in Libano per affari” racconta oggi Alberto Dell’Utri in un’intervista alla Stampa. E anche agli inquirenti palermitani, che hanno seguito i movimenti di Dell’Utri negli ultimi mesi, risulterebbero alcuni agganci tra l’ex senatore e alcuni imprenditori e politici locali. Del resto gli uomini del cerchio magico di B. con la perla del Mediterraneo hanno sempre avuto un rapporto particolare, fin dagli anni ’60, quando Fedele Confalonieri trovò un ingaggio come pianista proprio a Beirut.

Cinquant’anni dopo, però, il passaggio di Dell’Utri nella capitale libanese doveva essere solo momentaneo. “Lui è andato a Bruxelles insieme a questi della Guinea Bissau che lo hanno preso in seria considerazione e gli hanno dato il passaporto diplomatico, gli hanno aperto le porte” è quanto racconta Alberto Dell’Utri a Vincenzo Mancuso, mentre le cimici piazzate dalla procura di Roma all’interno del ristorante Assunta Madre registrano tutto. Nei piani dell’ex senatore, che risulta in effetti titolare di un passaporto diplomatico rilasciato dalla Guinea-Bissau, ci sarebbe stato alla fine l’approdo nel piccolo stato africano. Un posto ideale per darsi alla macchia, dato che non esiste alcun rapporto tra la Guinea-Bissau e l’Italia. La piccola Repubblica è indicata dagli investigatori come uno dei principali snodi nel traffico di cocaina, inviata in Europa da grosse organizzazioni di trafficanti che collaborano con l’Esercito regolare, protetti dagli stessi membri del governo.

La Guinea – Bissau è insomma una specie di Stato–mafia ufficiale, approdo sinistramente simbolico per quello che viene indicato dalla procura di Palermo come ultimo regista della Trattativa che portò pezzi delle istituzioni a sedere allo stesso tavolo di Cosa Nostra. E che però adesso è finito nella rete dopo appena 24 ore di latitanza. Che non sia una rete italiana è solo un dettaglio.

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