Nonostante tutta la propaganda di petrolieri, investitori, banche e politici lo shale gas non sarà la soluzione di nessuno dei nostri problemi energetici o occupazionali.

E questo non lo dice l’ultimo arrivato, ma due studi eseguiti dal Post Carbon Institute e dall’ Energy Policy Forum in cui si analizzano circa 65 mila pozzi da fracking e il ruolo delle speculazioni di Wall Street nel promuovere lo shale gas. Questi studi colpiscono a picconate il mito secondo il quale gli Usa diventeranno “energeticamente indipendenti” grazie allo shale gas. Gli autori dei report sono J. David Hughes, geologo, che per ben 32 anni ha lavorato per l’industria del petrolio e del gas (e quindi sa quel di cui parla) e che adesso è il presidente della Global Sustainability Research.  Assieme a lui, Deborah Rogers, analista finanziaria di Wall Street.

Dai due, due parole soltanto: bolla energetica. Ma prima un passo indietro.

In questi anni si è sentito da tutte le parti che gli Usa hanno questa abbondanza di shale gas, che finalmente si svezzeranno dal Medio Oriente, che è una questione di sicurezza nazionale fare fracking. In tutto questo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha dato una grossa mano. Ad esempio, nell’edizione 2013 del suo World Energy Outlook, spara con ottimismo che le risorse di “petrolio recuperabili” continuano a crescere di pari passo con i progressi tecnologici, appunto fracking e trivellazione di pozzi orizzontali.

Obama stesso, nel discorso alla nazione dopo l’inaugrazione del 2012 annunciò trionfante che il fracking avrebbe portato a circa 600 mila posti di lavoro e che “abbiamo riserve di gas che dureranno per 100 anni e la mia amministrazione farà di tutto per sviluppare questa fonte energetica in modo sicuro“.

L’Iea prevede che nel 2035 si useranno circa 100 milioni di barili di petrolio e gas al giorno.  Oggi ne usiamo 85. Ma niente paura: abbiamo 2670 miliardi di barili di petrolio convenzionale e gas naturale, 345 miliardi di barili di tight oil leggero, 1880 miliardi di barili di bitume e petrolio extra-pesante e 1070 miliardi di barili di kerogen oil. Un sacco di numeri e il paradiso petrolifero per tutti!

Ora tutte queste cose di cui si parla sono per la maggior parte idrocarburi non convenzionali, e cioè idrocarburi difficili da tirare fuori, più inquinanti di quelli convenzionali – bitume, petrolio da spremere dalle rocce, terreno da fratturare, alte temperature e solventi per separare il petrolio dal resto.

E’ pura distruzione.

Ma grazie alla creatività e alla tecnologia Usa – un paese che risolve ogni problema – non ci saranno problemi: diventeranno il maggior produttore mondiale, saranno addirittura esportatori di gas e di petrolio e in qualche modo  il tutto sarà fatto in “sicurezza”! Un paradiso ancora più paradiso di prima.

Entrata in scena di Hughes e Rogers.

I due analizzano scientificamente e con dettaglio circa 65 mila pozzi di fracking da gas e da petrolio situati in 31 giacimenti e concludono che invece di un secolo di energia a basso costo e prosperità economica, il fracking darà… al massimo dieci anni di abbondanza! Dicono:

1. Il boom del tight oil e shale gas è stato ampiamente sovrastimato dagli operatori e dagli speculatori.  Le riserve di shale gas sono state sovrastimate dai vari operatori da un minimo del 100 per cento fino al 400-500 per cento. Cioè hanno sparato numeri a casaccio.

2. Wall Street ha giocato un ruolo chiave dietro le quinte nella promozione del boom del fracking attraverso fusioni e acquisizioni societarie, replicando un modello simile a quello già visto con il boom immobiliare e che ha portato alla crisi finanziaria recente.

3. Giacimenti da sfruttare con il fracking e che sono altamente produttivi sono quasi un miraggio.  Basta pensare che l’80 per cento di tutta la produzione di queste fonti non convenzionali viene solo da cinque giacimenti di gas e due di petrolio. Addirittura le aree più produttive sono delle piccole macchie all’interno di questi giacimenti. I due principali giacimenti di shale oil negli Usa sono il Bakken Shale fra North Dakota e Montana e l’Eagle Ford in Texas, dove ci sono riserve per circa 5 miliardi di barili – 10 mesi di fabbisogno nazionale USA.

4. I pozzi di tight sono in declino e sono poco efficenti, proprio come i pozzi di estrazione di shale gas. Il declino medio per pozzo va dal 77 all’89 per cento nel corso dei primi tre anni dalla trivellazione. Cioè se prima tiri fuori 100, dopo tre anni tiri fuori 25 se è troppo. Se si guarda ai giacimenti interi, dove il numero di pozzi può aumentare nel tempo, il declino è compreso tra il 28 ed il 47 per cento all’anno.

5. Visto che ciò che si estrae da ciascun pozzo diminuisce rapidamente, tutto quello che si può fare è di aumentare spasmodicamente il tasso di trivellazione. Ogni anno vengono trivellati circa 7 mila nuovi pozzi di shale gas a un costo di 42 miliardi di dollari semplicemente per cercare di mantenere una produzione costante. Spesso sono pozzi secondari, più difficili da trivellare o da cui estrarre idrocarburi, per cui si stima che con il passare del tempo ne verranno costruiti sempre di più, sempre meno redditizi, e con costi saranno sempre più alti.

E come risponde Wall Street a tutto questo?

Con poca voglia di promuovere ulteriori investimenti, progetti di oleodotti e di gasdotti abbandonati. La panacea pare essere l’esportazione. E infatti il prezzo del gas negli Usa è molto minore che negli altri paesi e si pensa che esportando il gas ci saranno maggiori introiti.

Deborah Rogers continua cosi: “Il dibattito sul fracking in Usa è sempre stato costantemente incentrato sulla capacità di creare nuovi posti di lavoro e benefici economici, con rischi molto limitati sui possibili impatti sull’ambiente e sulla salute pubblica. Ma i dati non mentono: in tutte le regioni in cui c’è stato lo sfruttamento dei giacimenti di shale gas l’equilibrio economico è dimostrato essere stato molto elusivo, mentre il degrado ambientale ed i costi secondari indotti sono stati reali”.

Cioè progresso duraturo niente, devastazione ambientale vera.