The Voice of Italy è un buon programma. Lungo come la fame, come quasi tutte le prime serate delle reti generaliste, ma ben fatto. Ed è un programma che, se fosse visto da un produttore americano, o comunque da qualcuno che se ne intende, non fa fare alla tv italiana la figura della provincialotta. Anche il ritmo non è male: lasciato a casa il lagnoso Cocciante e imbarcato il più pimpante J-Ax, tutto scorre via liscio. Beh, in America come giudici c’è gente come Adam Levine (Maroon 5), Christina Aguilera e Shakira; ma qui si è in Italia ed è ingeneroso (oltre che sciocco) fare paragoni del genere.

Tutto questo per dire che The Voice of Italy non è solo suor Cristina. Certo, suor Cristina ha dato una gran bella mano: la puntata di mercoledì scorso, grazie a lei, ha fatto schizzare lo share di oltre 3 punti (+3.7, per la precisione). Niente da dire: è stata una mossa molto abile di cui bisogna rendere atto agli autori. Hanno fatto esattamente quello che occorre fare per emergere nell’affollatissimo scenario mediatico attuale: avere un buon format, efficace e ben strutturato, e cercare (o creare) dei personaggi forti per stimolare la curiosità. Una curiosità che, se si è fortunati, esce dallo schermo televisivo, si propaga in modo virale sugli altri media e viene infine ricapitalizzata in televisione. Insomma, una specie di circolo virtuoso.

Questo in teoria. Ma in pratica come funziona? Purtroppo non c’è la formula giusta per creare una tale alchimia a tavolino. Una cosa però si può dire. Per creare fenomeni del genere, questi personaggi devono essere bizzarri e spiazzanti; devono dare l’impressione, almeno all’inizio, di essere fuori posto, non devono fare la cosa giusta (o, meglio ancora, non essere la persona giusta) al posto giusto. E’ questa forse la chiave per suscitare interesse, imprimersi nella memoria e sentire quindi il bisogno di condividerli. Proprio come suor Cristina (che ci fa una suora in un posto come The Voice?). E come decine di altri personaggi prima di lei che, dalle televisioni di vari paesi, sono circolati, via web, letteralmente, in tutto il mondo. La prima che viene in mente e che tutti hanno citato è Susan Boyle, che nel 2009 stupì il pubblico di Britain’s Got Talent con la sua voce. Era bruttarella, anzianotta (per gli standard del programma) e sgraziata: bersagliata all’inizio da pubblico e giudici, li mise poi tutti a tacere con la sua toccante esibizione

Sempre dal cantiere di Got Talent è uscito anche Jonathan, un ciccione complessato di 16 anni, che, duettando insieme alla sua amica, tira fuori a sorpresa una potente voce da tenore. Nella versione coreana dello stesso format abbiamo poi Sung-bong choi, orfano, homeless, disadattato e quasi autistico: anche lui stupisce tutti con la forza della sua voce (sempre di timbro lirico: sarà un caso?). Tutte storie di riscatto un po’ da libro Cuore. Di tono decisamente più allegro è invece l’esibizione della ballerina Sarah Patricia Jones che, nel talent spagnolo Tú sí che vales, lascia a bocca aperta i giudici (e il popolo del web) con la sua scatenata performance di salsa acrobatica.

Qui la particolarità qual è? Che aveva la bellezza di 75 anni. Ma i personaggi forti e bizzarri non funzionano solo nei talent show. E’ ancora oggi molto cliccata per esempio la prodezza di John Carpenter, che vinse per primo il milione di dollari nella prima versione americana di Who wants to be a millionaire. Siamo nel lontano 1999 e l’occhialuto secchione, dopo aver risposto a tutte le prime 14 domande con irritante facilità, arriva finalmente al quindicesimo e ultimo quesito, quello del milione, con ancora a disposizione l’aiuto della telefonata da casa. Gli viene quindi offerto di potersi consultare con suo padre; glielo passano e lui, con un sorriso ironico, gli dice semplicemente che non ha affatto bisogno del suo appoggio: sa la risposta da solo e lo ha chiamato solo per annunciargli di persona che sta per diventare milionario. Straordinariamente arrogante: e, proprio per questo, diventato di colpo virale.