Quote rosa bocciate e deputate vestite di bianco che abbandonano l’Aula in segno di protesta. Non c’è la firma di Pier Luigi Bersani dietro l’affossamento degli emendamenti che chiedevano la parità di genere nella legge elettorale e l’ex candidato premier non risparmia gli attacchi al “patto Berlusconi-Renzi” sulla riforma del sistema di voto. “La questione della parità di genere”, ha detto in un’intervista ad Agorà, “nel meccanismo elettorale non è una tecnicalità che riguarda i collegi, ma un problema di fondo che riguarda la civiltà del Paese. Al Senato dovrà essere cambiato qualcosa”, ha continuato l’ex segretario, tornato alla politica dopo il malore dello scorso gennaio. “Capisco gli accordi e che Berlusconi sia affezionato ad alcuni punti, ma dovrà farsene una ragione pure lui. Se non c’è una spinta sulle regole, alla parità di genere non ci arriveremo mai”. 

Un nuovo attacco al Presidente del Consiglio, quello stesso che Bersani aveva definito a capo di un governo con “poca umiltà”. Gli risponde subito Matteo Renzi: “Sulla legge elettorale”, dice all’assemblea Pd, “non c’è da mantenere un patto con Berlusconi, ma un impegno che come partito abbiamo preso profondo, netto, chiaro. Vi chiedo di chiudere entro oggi il voto sulla riforma del sistema di voto”. Il premier esprime marcato dissenso rispetto “a chi ritiene la legge elettorale che sta per essere approvata alla Camera incostituzionale. “Sarebbe positivo”, continua, “che si accelerasse la riforma del regolamento della Camera e si limitasse il ricorso al voto segreto”. Ma la testa di Renzi è già alle prossime riforme e ai prossimi annunci: “Entro quindici giorni sarà formalizzato un atto parlamentare su Senato e Titolo V. Ad aprile saremo pronti con la riforma della Pubblica amministrazione, a maggio attueremo la delega sulla riforma fiscale, a giugno ci sarà un pacchetto di riforme sulla giustizia”.

Un modo di fare politica che non piace a Bersani. L’ex segretario non risparmia parole critiche nei confronti del suo successore e premier: “Renzi è lì da qualche settimana. Ora vediamo dove si va a parare. Alza le aspettative per un risveglio di fiducia e fa anche un po’ di movida nel Paese. E’ una cosa che comporta dei rischi”. L’ex segretario vede “il rischio che non si discuta più abbastanza nel partito. Destrutturare non significa avanzare, innovare. Bisogna capire dove si discutono le cose, nel partito, nei gruppi. Non mi andrebbe bene che non si discutesse da nessuna parte”. 

Del resto, ha osservato a proposito dell’incontro Renzi-Berlusconi nella sede nazionale del Pd sulla legge elettorale, “se lo avessi fatto io sarebbero venute giù le cateratte, avrei avuto titoli di giornali furibondi. Ma oggi siamo in un altro clima, in un’altra fase”. Avrebbe incontrato Berlusconi?: “Io no. Forse c’è stato un di più. Dopo di che devi parlare con tutti, va da sé. Ma questo non significa dare l’ultima parola a Berlusconi. Non c’è nessun bisogno, nemmeno dal punto di vista numerico. Bisogna metterci misura”.

Il Partito democratico, il giorno dopo la bocciatura delle quote rosa, cerca di ricucire gli strappi interni. Esprime amarezza anche la deputata Rosy Bindi: “Il Pd è stato ferito dai 100 voti che sono mancati per far passare la norma antidiscriminatoria. Noi abbiamo un’idea diversa della democrazia di un uomo solo che fa le cose buone. E se oggi abbiamo un segretario e un premier che crede alla parità, domani potrebbe non essere così”.