A Reggio Calabria anche l’Antimafia affitta appartamenti dalla ‘ndrangheta. È uno degli aspetti venuti fuori dall’inchiesta “Araba Fenice”, coordinata dalla Dda, che nel mese di novembre ha portato all’arresto di 47 persone legate alle principali famiglie mafiose della città.

In sostanza, nelle pieghe dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip, viene ricostruito come l’imprenditore boss Giuseppe Stefano Liuzzo abbia affittato un appartamento al presidente del “Museo della ‘ndrangheta” Claudio La Camera, uno dei personaggi più impegnati nell’antimafia reggina, destinatario di un bene confiscato alle cosche e da anni punto di riferimento di numerosi progetti che hanno visto la partecipazione anche di molti magistrati in servizio alla Procura di Reggio.

Che anche lui si sia ritrovato a pagare l’affitto a un boss della ‘ndrangheta la dice lunga sulla pervasività delle cosche nel tessuto sociale della città dello Stretto e della Calabria. Una pervasività che, negli ultimi mesi, ha interessato altri esponenti dell’antimafia come l’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto Carolina Girasole e la presidente dell’associazione “Donne di San Luca” Rosy Canale, arrestate nell’ambito di due indagini delle Procure di Catanzaro e Reggio.

Claudio La Camera, direttore anche dell’Osservatorio sulla ‘ndrangheta, non ha commesso alcun reato e certamente non è indagato dalla Dda, ma per una strana serie di coincidenze il suo nome è finito nelle carte dell’inchiesta “Araba Fenice”.

È proprio per questo che, ieri pomeriggio, il presidente del “Museo della ‘ndrangheta” è stato sentito come persona informata sui fatti (e non come indagato) dal sostituto procuratore della Dda Giuseppe Lombardo che ha coordinato l’inchiesta “Araba Fenice”. Un interrogatorio, durato circa un’ora, che evidentemente si è reso necessario per delineare i contorni dei rapporti tra il presidente del “Museo della ‘ndrangheta” e Natale Assumma, cognato del boss Liuzzo il quale, scrivono i magistrati della Dda – “per tale locazione, era il reale dominus”.

Arrestato anche lui dalla guardia di finanza, Assumma era stato contattato dal “sovrintendente della polizia di stato Marchi Consolato Rosario (detto Tino) con la finalità – scrivono i magistrati – di mediare l’affitto dell’appartamento per conto di tale La Camera Claudio Antonio”. Grazie alle intercettazioni, il Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza, guidato dal colonnello Domenico Napolitano, è riuscito a dimostrare l’intestazione fittizia dell’appartamento sito nella zona sud della città.

“Senti è rimasto contento il dottore?”. Il cognato del boss è al telefono con il poliziotto Tino Marchi per capire se l’esponente del “Museo della ‘ndrangheta” sia rimasto soddisfatto dell’immobile e del trattamento riservatogli.

“Si.. è contento…va bene…, mi ha detto che va benissimo come cosa… gli ha chiesto cinquecentocinquanta… voglio dire… è giusto come prezzo.., giustissimo…non giusto…” è la risposta del sovrintendente della polizia di stato che si lascia andare anche a considerazioni personali sugli esponenti della famiglia mafiosa: “Lo sai Natale… ormai… vi voglio bene come familiari… rispondete sempre nel modo più giusto e più signorile”.

Tra le persone intercettate dalla guardia di finanza c’è anche il presidente del “Museo della ‘ndrangheta”, Claudio La Camera, che contatta l’indagato Assumma per avere notizie del contratto.

Stando alla ricostruzione della guardia di finanza, il reale proprietario dell’immobile era l’imprenditore Giuseppe Liuzzo. Scrivono, infatti, i magistrati: «Altri dati confermativi dell’assunto inerente la fittizia intestazione dell’immobile si colgono nell’interazione fra Marchi Consolato Mario, sovrintendente della Polizia di Stato, ed Assumma Natale, cognato del Liuzzo, con il quale il primo media l’affitto dell’appartamento da parte del dottore Claudio Antonio La Camera. Dalle trascrizioni sopra riportate, risulta lampante come sia il Liuzzo Giuseppe Stefano Tito a concordare con La Camera Claudio Antonio il canone di locazione dell’appartamento in 550 euro mensili ed a stabilire per il 3 agosto la data di consegna al locatario».

Ritornando all’interrogatorio di ieri pomeriggio, il presidente del “Museo della ‘ndrangheta” ha ribadito al pm Giuseppe Lombardo gli stessi commenti fatti all’indomani del blitz che ha scardinato le principali cosche reggine.

Claudio La Camera, infatti, ha fornito ai magistrati la sua versione dei fatti puntando il dito contro il poliziotto Marchi che lo ha aiutato a trovare l’appartamento: «Avevo bisogno di una casa per stare vicino a mia madre – dice – ma dopo alcuni mesi non mi è servita più perché sono andato a lavorare fuori. Questa vicenda mi fa pensare che fare consumo critico in questa città sia inutile. Io ho chiesto a una persona fidata, il poliziotto Marchi, dove potevo trovare una casa. Più di quello che dovevo fare?».