Non aveva nessuna intenzione di seguire le orme del padre, dirigente d’azienda, e nemmeno quelle della madre, medico. A 19 anni aveva già deciso. La sua carriera doveva essere lontana dalla Milano bene, dove è nato e cresciuto. Mirava a crearsi una posizione all’estremità opposta: nella malavita. La parte del boss la recita anche davanti ai poliziotti del commissariato di Quarto Oggiaro, che giovedì 27 febbraio trovano nella sua stanza d’albergo – dove da qualche settimana abitava – un magazzino della droga, pronta per essere venduta. Il vicequestore Antonio D’Urso e i suoi uomini, insieme al padre, durante l’interrogatorio cercano di convincerlo: “Collabora, non bruciarti, sei incensurato”. Basterebbe un nome per alleggerire la sua posizione davanti al pm. Il papà lo implora: “Non fare sciocchezze. Non avere paura, ti mando lontano, in Australia, nessuno ti farà del male”. E’ disposto a pagargli un grosso avvocato per tirarlo fuori dai guai. Niente da fare: il ragazzo non cede. “Piuttosto mi faccio il carcere, fino in fondo. Ho scelto questa strada e non torno indietro”. E la strada, con mezzo chilo di marijuana, un etto di cocaina e 759 grammi di hashish si è interrotta a San Vittore.

A dicembre, quella stessa strada si era allontanata dalla bella casa in cui il 19enne abitava a Bresso (Milano), dai genitori e, da tempo, anche dalla scuola. Per approdare in zona Affori, in una fatiscente stanza d’albergo – tra bilancini, bustine e droga da confezionare e spacciare -, in via Pellegrino Rossi. Da qui Quarto Oggiaro, dove inizia a darsi da fare. Una mosca bianca, in un lembo d’asfalto alla periferia nord della città, fatto di palazzoni e regole precise, spietate, difficili da imparare o improvvisare. Dove bisogna rigare dritto, e a volte non basta nemmeno quello. Nella memoria di chi abita qui è ancora fresco il ricordo del sangue di Pasquale ed Emanuele Tatone e dell’amico Paolo Simone, freddati tra ottobre e novembre da Antonino Benfante, detto Nino Palermo che voleva mettere in piedi un proprio giro di spaccio, dopo una lunga gavetta nella malavita.

Una mosca bianca, che si muove in un habitat che non gli appartiene e di cui non conosce le regole e le precauzioni indispensabili per sopravvivere. Un estraneo, individuato all’istante dai poliziotti che conoscono vita, morte e miracoli di quelle vie. Tre giorni fa, tenendo d’occhio alcuni personaggi già conosciuti, si imbattono in lui: che sale e scende da un taxi; che percorre sempre lo stesso tragitto; che cede bustine e raccoglie soldi. Sempre lì: alle case popolari di via Zoagli, confine occidentale di Quarto Oggiaro. Particolari troppo lampanti per passare inosservati. Agli uomini guidati da D’Urso bastano due giorni per decifrare quel via vai. Quando alle 16 di giovedì entrano nella stanza d’albergo sanno già cosa troveranno. Cocaina, marijuana, hashish, un etto di sostanza da taglio, bustine di plastica, tre bilancini professionali di precisione, tre cellulari e 200 euro in contanti. Droga che il ragazzo spacciava porta a porta: per tirare avanti e, prima o poi, farsi un nome.