Due anni di mancate indagini, omissioni, insabbiamenti, depistaggi. Obiettivo: favorire i Mancuso, uno dei clan più potenti della Calabria. Tradotto: uomini dello Stato al servizio della ‘ndrangheta. Poche righe per riassumere oltre duecento pagine di ordinanza cautelare con la quale oggi il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Catanzaro ha disposto l’arresto di Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò, rispettivamente ex capo ed ex vice capo della squadra Mobile di Vibo Valentia. Per entrambi l’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa. “Questi – ragiona il giudice – , nel periodo in cui hanno svolto le loro funzioni (2009-2011) non hanno mai ritenuto di avviare alcuna indagine su quella che era ed è la più pericolosa e sanguinaria cosca di ‘ndrangheta operante sul territorio calabrese”. In manette anche un legale indagato per 416 bis perché ritenuto dal gip Abigail Mellace membro effettivo della cosca. Antonio Galati, infatti, è lo storico avvocato della famiglia Mancuso. Ed è grazie alla sua “abile e paziente opera” che gli uomini della mafia si sono infiltrati “negli apparati investigativi, giudiziari e di pubblica sicurezza dello Stato” per “assicurare ai propri componenti trattamenti di riguardo e di favore”, acquisendo “informazioni riservate”, garantendo “la possibilità di continuare a operare in condizioni di massima tranquillità e clandestinità”. 

Video di Lucio Musolino

Galati ricopre un ruolo di cerniera tra i boss e le istituzioni. Questo il ragionamento degli uomini del Ros di Catanzaro. Le indagini partono nel 2010 sotto il coordinamento del colonnello Giovanni Sozzo. Nel mirino i capi della cosca e in particolare la frangia che fa capo a Pantaleone Mancuso alias Scarpuni classe ’47. Ben presto, però, il piano criminale incrocia quello della cosiddetta zona grigia. Emerge la figura di Galati. Le intercettazioni svelano ruoli, rapporti e obiettivi. Fin da subito, il legale si dimostra il cardine principale attorno al quale ruota quello che lui stesso definirà “un ingranaggio” a disposizione dei boss (leggi l’articolo). Relazioni, dunque. “Una rete impressionante di amicizie e frequentazioni che Galati con grande abilità è riuscito a intessere attorno alla sua persona”.

Buona parte sono uomini delle istituzioni. Magistrati, ma anche poliziotti. Severissimo, in questo senso, il giudizio del gip: “Le variegate e trasversali relazioni abilmente intessute da Galati con esponenti delle istituzioni da un lato e della cosca Mancuso dall’altro” hanno “avuto l’effetto di creare un pericoloso ponte di collegamento fra due mondi che nella fisiologia del sistema devono essere totalmente distanti e incomunicabili”. Relazioni pericolose, dunque. A tal punto consapevoli da “inficiare la credibilità” delle istituzioni “ingenerando nei cittadini quella sfiducia nello Stato che è poi il terreno sul quale la mafia ha fondato e fonda il proprio arrogante potere e la sua eccezionale capacità intimidatoria”.

Una chiacchiera, un caffè. Parole e circostanze fuori da qualsiasi contesto investigativo. Questa la fotografia scattata dalla Procura di Catanzaro nel rappresentare i rapporti tra i boss e i poliziotti. Capita, ad esempio, nel 2011, dopo la morte della moglie di Mancuso scarpuni. Il 16 aprile Santa Buccafusca si suicida bevendo dell’acido. Un mese prima, assieme al figlio, era andata dai carabinieri con l’intenzione di collaborare. Il 19 aprile a Mancuso viene notificato un atto relativo alla morte della moglie. Un atto normale che gli viene consegnato direttamente dal capo della squadra Mobile. “Il dottore Lento – annuncia Galati al boss – perché scende lui personalmente, avete capito”. All’incontro, e per questioni lavorative, è presente un sostituto commissario, il quale, sentito a verbale racconta: “Dopo aver notificato l’atto a Mancuso, quest’ultimo si avvicinava al dottor Lento, al dottor Rodonò e all’avvocato Galati, rimanendo con loro appartati a una decina di metri dall’auto di servizio”. I protagonisti poi si salutano. Poco dopo Galati è al telefono con Mancuso. Il boss: “Digli che passano di qua che si prendono il caffè”.

E se l’allora capo della Mobile va a casa del boss, il suo vice, assieme a Galati, addirittura passa le giornate estive nel villaggio turistico della famiglia Maccarone imparentata con i Mancuso. Giornata conviviale, dunque. In serata, al rientro, Galati commenta: “Grande Antonio (Maccarone. ndr) ci ha mandato pure la bottiglia”. La risposta di Rodonò: “Fantastico”. Insomma, ragiona sempre il giudice, sia Lento che Rodonò si sono presentati come “soggetti vicini e compiacenti” che si relazionano su un piano paritario con i boss “prendendo un caffè” oppure “trascorrendo insieme una giornata al mare”. Una condotta definita “gravissima” e che “in punto di diritto integra in modo quasi scolastico il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa”.

Perché se da un lato il caffè col boss ha “un significato simbolico devastante per il messaggio di complicità mafiosa espresso”, dall’altro ci sono le condotte che nel concreto hanno “rafforzato le capacità intimidatorie e operative del sodalizio”. Un’inerzia investigativa definita “imbarazzante” anche “a seguito dell’emersione di gravi indizi di reità a carico dei Mancuso che avrebbero invece imposto l’avvio di mirate e specifiche indagini”. Due gli elementi che secondo il giudice di Catanzaro confermano questo atteggiamento. Nel 2011 il Nucleo investigativo dei carabinieri di Vibo indaga sulla cosca Tripodi. Nel fascicolo confluiscono alcune intercettazioni effettuate dalla squadra Mobile in relazione a un danneggiamento. Riascoltando le telefonate e rileggendo i brogliacci, i carabinieri si accorgono che alcune conversazioni sulla protezione mafiosa dei Mancuso non erano state trascritte. “E soprattutto – conclude il gip – riscontravano che tutte in ogni caso non erano state inserite né nella richieste di proroga delle intercettazioni né nell’informativa conclusiva.”. A chiudere il cerchio un’intercettazione ambientale nella quale il vice capo della Mobile in auto con Galati dice: “Io sento parlare di personaggi come Luigi Mancuso, Diego Mancuso, Antonio Mancuso (…) Mi voglio togliere lo sfizio di leggermi la storia di questa gente su cui io non ho potuto indagare”. Quindi spiega: “Devi capire una cosa, io ho un debito di fedeltà, punto e basta. L’ho assolto. Fedeltà per motivi gerarchici. E tu sai a cosa mi sto riferendo”. Conclude il giudice: “Le affermazioni del dottor Rodanò lasciano annichiliti”.