Di stoccate ne arrivano, tante, a decine: critiche al nuovo governo negli interventi sul palco, attacchi a Renzi nelle interviste a margine. Ma niente di più: Pippo Civati si prepara a votare la fiducia al nuovo esecutivo ed esclude il rischio di una scissione interna al partito. Lo spiega a margine del summit convocato domenica mattina a Bologna, dove sono arrivati un migliaio di sostenitori e parecchi parlamentari vicini all’ex candidato alle primarie, tra i quali Sandra Zampa e Davide Mattiello. “C’è un modo diverso di fare le cose”, annuncia l’ex candidato alla segreteria del Pd, anticipando alla stampa alcuni contenuti del suo intervento. “Non abbiamo intenzione di far cadere questo esecutivo. Ma tanto non siamo noi a essere decisivi. Se lo fossimo, avrei ricevuto tante telefonate in questi giorni dal Presidente del Consiglio e invece niente. Voteremo per restare dentro il Partito democratico. Cominciamo a preparare il dopo Renzi”. Dal palco annuncia la decisione sofferta di votare la fiducia e commenta con una battuta la carica di riforme annunciate dal neo presidente del Consiglio: “Ogni volta che Renzi apre bocca sulle riforme, muore un costituzionalista”. Tempo per ridere, ma con molte preoccupazioni sul futuro: “Le insidie peggiori ora arrivano dal tranquillissimo Letta. Se Letta si sente così a disagio è un problema personale, ma anche politico”.  

Video di David Marcceddu

E annuncia che probabilmente in Senato si costituirà un gruppo del nuovo centrosinistra. “Non perché lo ordino io”, spiega, “non ho questo potere, è perché c’è bisogno di costituire una coalizione progressista in questo Paese. Ci sono pezzi che si dividono tra il Pd, sempre più a fatica, Sel, la lista Tsipras, così come nel mondo di Grillo ci sono un sacco di persone che vorrebbero dare una mano ad un progetto diverso, ma è chiaro che non lo vedono nello schema di Enrico Letta, e che Renzi riprende esattamente, in cui ‘noi siamo il palazzo, voi la piazza, risolviamo noi e non abbiamo bisogno di voi'”.

La scelta di votare la fiducia, Civati lo dice senza mezzi termini, non è stata affatto facile. Dire sofferta è poco. “Potessi votare liberamente senza mettere in discussione i rapporti col Pd voterei un no con convinzione. Non è una questione di disciplina di partito, ma se io non dovessi votare un governo che ha una legittimazione del Pd dovrei uscire dal partito”. Il deputato non ha paura a parlare di ricatto: “È chiaro che se non si vota la fiducia si va fuori dal Pd, ma il ricatto non l’ho posto io. Per citare il regista Moretti, ci facciamo notare di più se rimaniamo. Il Pd resta la nostra casa. Potrebbe essere una decisione impopolare, ma oggi penso alle cose serie. Non voglio fare il Giordano Bruno della situazione, la pira umana. L’ho già fatto un intero anno e francamente vorrei fare dell’altro”.

L’altro di cui parla ha già un nome. Si chiama Nuovo centro sinistra. “Non sarà un partito e nemmeno il prima passo di una scissione”, mette in chiaro, “ma una rete trasversale di centrosinistra”. Perché “c’è problema politico gigantesco e un intero schieramento di sinistra che non è rappresentato”.

All’iniziativa hanno risposto un migliaio di persone e il tono degli interventi dei sostenitori è estremamente critico nei confronti del governo Renzi. Ricorrenti sono però gli appelli a condurre una battaglia politica dall’interno del Pd. Una richiesta di sostegno al governo arriva anche da Filippo Taddei, responsabile economico del partito e sostenitore al congresso della mozione Civati, che dal palco fa capire come un voto contro “indebolirebbe il partito” ma anche la stessa corrente di Civati.

Sul palco compare una bandiera dell’Ulivo durante l’incontro. Sul drappo verde, c’è scritto “L’ulivo per il Partito democratico“. Durante l’incontro vengono resi noti anche i risultati del sondaggio online lanciato da Civati sabato, con cui il deputato ha chiesto agli elettori un parere sul voto di fiducia al nuovo governo Renzi. I numeri fotografano una base Pd spaccata, ma tendente verso il sì. In tutto hanno risposto circa 20.370 persone, e poco più della metà , il 50,1%, ha dato il via libera al sostegno al nuovo premier. Il no ha raggiunto quota 38,5%, mentre il 10,7% si è espresso a favore dell’astensione.