Se il prossimo settembre gli scozzesi voteranno ‘Sì’ al referendum per l’indipendenza dalla Gran Bretagna, il futuro Stato potrebbe dover rinunciare alla sterlina. Il cancelliere dello scacchiere, George Osborne, è pronto a rigettare l’ipotesi di un’unione monetaria tra Londra ed Edimburgo, riferiscono la Bbc e il Guardian. Posizione che, secondo la stampa britannica, sarà rimarcata non solo dai conservatori, ma anche dagli alleati di coalizione, con il liberal democratico Danny Alexander, e dall’opposizione laburista, per bocca del ministro ombra alle Finanze, Ed Balls.

Mantenere la sterlina come valuta è uno dei punti centrali del Libro bianco sull’indipendenza presentato dallo Scottish National Party, forza di governo a Edimburgo e partito guida dello schieramento per il ‘Sì’ all’autodeterminazione. Adottare l’euro o una moneta propria è considerato invece più rischioso e problematico. Secondo gli indipendentisti, se la Scozia dovesse mantenere la sterlina, Londra continuerebbe a giovare dei profitti derivati dallo sfruttamento dei giacimenti di petrolio nel Mare del Nord. Inoltre ci sarebbe comunque spazio affinché i due governi adottino politiche fiscali ed economiche separate. Mentre in caso di no alla moneta unica, Edimburgo potrebbe minacciare di non riconoscere la propria parte del debito britannico. Proprio Balls, considerato uno dei sostenitori della posizione britannica di tenersi fuori dall’euro, prende ad esempio i problemi dell’Unione europea per sottolineare i rischi della moneta unica non accompagnata da un’unione fiscale.

Come ricorda il Guardian, il politico è però anche il primo parlamentare non scozzese dal 1987 a ricoprire la carica di cancelliere ombra. Questo potrebbe spingere i laburisti a bilanciare le parole, sebbene proprio un esponente scozzese del loro partito, Alistair Darling, cancelliere dello scacchiere nel governo di Gordon Brown, sia alla guida della campagna ‘Better Toghether’ per il ‘No’. I tre principali partiti britannici sfruttano a proprio favore le parole del governatore della Bank of England, Mark Carney, che in visita a Edimburgo a fine gennaio aveva sottolineato come l’unione monetaria comporterebbe in qualche misura una cessione di sovranità. Secondo Osborne, intervenuto la scorsa settimana davanti al comitato per gli affari economici della Camera dei Lord, le parole del numero uno della banca centrale “hanno demolito” i progetti del leader del governo scozzese e dello SNP, Alex Salmond, in tema di valuta.

“Ritengo veramente difficile poter giustificare un’unione monetaria dopo l’indipendenza”, ha detto ieri il primo ministro britannico David Cameron a colloquio con i giornalisti. L’ipotesi Osborne denota il tentativo di Londra di intimidire gli elettori, ha ribattuto Nicola Surgeon, vice prima ministra scozzese, in quota SNP, nell’accusare i britannici di bullismo in un intervento alla Bbc Radio Scotland. Le ricadute dell’indipendenza sull’economia sono tra gli argomenti principali della campagna per il ‘No’. Al momento i sondaggi dicono che i contrari all’autodeterminazione sono maggioranza. Quando mancano sette mesi alla consultazione del 18 settembre, i dati pubblicati da YouGov dicono che il 52 percento degli scozzesi è schierato per il ‘No’. I ‘Sì’ sono al 34 per cento, in aumento comunque rispetto alle rilevazioni precedenti. Per il 47 per cento degli intervistati, inoltre, la situazione economia scozzese peggiorerebbe nel caso le strade di Londra ed Edimburgo si dovessero dividere dopo 307 anni.

Pronta a collaborare con una Scozia indipendente è Barclays. A dirlo, a colloquio con la Bbc, è stato l’amministratore delegato della banca, Antony Jenkins. La decisione, ha aggiunto, spetta agli scozzesi. Una presa di posizione che si discosta dalle dichiarazioni dal numero uno di BP, Bob Dudley. Per l’amministratore delegato del colosso petrolifero l’indipendenza lascia molti dubbi sul futuro della società in Scozia. La questione sterlina è quindi diventata in questi giorni il tema centrale della campagna referendaria, ultimo in ordine di tempo di una serie di ostacoli che spaziano dal destino della basi britanniche in Scozia, dove è custodito il deterrente nucleare di Londra, all’adesione, non automatica, del futuro Stato all’Unione europea.

di Andrea Pira