Il superpoliziotto che negli anni Novanta ha arrestato il gotha della ‘ndrangheta lombarda e il procuratore aggiunto che di quell’epoca rappresentò l’accusa nei processi. Il primo è attualmente imputato per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio. Il secondo è invece chiamato come testimone della difesa dopo che la Procura di Venezia (prima autorità giudiziaria a indagare) il 14 giugno 2010 lo ha sentito come persona informata sui fatti. Quelli dell’ispettore Carmine Gallo e del procuratore aggiunto Alberto Nobili, ieri come oggi, sono destini uniti. Entrambi, infatti, davanti alla quarta sezione del tribunale di Milano saranno protagonisti (con ruoli diversi) di un processo che si annuncia decisamente esplosivo. La corte, infatti, ha accettato tutti i testimoni prodotti dall’avvocato Antonella Augimeri. Tra questi sfileranno lo stesso Nobili e il superpentito Saverio Morabito che negli anni Novanta diede la stura agli affari segreti dei boss calabresi trapiantati nell’hinterland milanese. Oltre a lui altri collaboratori di giustizia, tutti gestiti, su mandato dell’autorità giudiziaria da Carmine Gallo. I testimoni in totale sono 43. Ci sono tre ex capi della squadra Mobile di Milano come Massimo Mazza (neo Questore di Roma), Francesco Messina (Questore a Varese), Vittorio Rizzi, oltre a Luigi Rinella attuale capo della squadra Mobile di Bari. Insomma in un solo processo sfilerà incredibilmente la mafia e l’antimafia alla milanese.

Il prossimo 7 aprile è fissato l’inizio del dibattimento vero e proprio. Cinque anni dopo una delle inchieste più controverse degli ultimi tempi approda finalmente in aula. Tutto inizia, infatti, la mattina del 28 ottobre 2008, quando sei poliziotti, su mandato del pubblico ministero di Venezia Paola Tonin, fanno irruzione nell’appartamento di Gallo. Perquisiscono, ribaltano e trovano 80mila euro. Sarebbe la pistola fumante, la prova provata del coinvolgimento di Gallo in un’organizzazione di narcotrafficanti. Per lui scatta l’accusa di associazione a delinquere. Un paradosso per un uomo che ha dato allo Stato buona parte della propria vita cacciando mafiosi e narcos, rischiando la vita in Aspromonte per liberare sequestrati come Cesare Casella e Alessandra Sagarella. Tant’è. Il tritacarne mediatico è uno tsunami. Gallo viene travolto. Lascia, volontariamente, la squadra Mobile per andare a dirigere il commissariato di Rho. Peccato che pochi giorni dopo il blitz nel suo appartamento, i soldi vengano restituiti perché è provata la provenienza lecita.

Da allora la figura di Carmine Gallo sarà associata a quella di un gruppo di trafficanti capeggiati dall’ex estremista di destra Angelo Manfrin. Nell’ottobre 2008 Manfrin viene arrestato. Anche per lui l’accusa è associativa. Cadrà in Appello. Confermerà la Cassazione. Nessuna associazione a delinquere, ma semplici episodi di spaccio. Gallo, intanto, resta indagato. Poi, dopo quasi cinque anni, con l’inchiesta veneta completamente svuotata, il fascicolo viene trasmesso alla Direzione distrettuale antimafia di Milano che quasi istantaneamente chiede il rito immediato confermato nell’agosto 2013 dal gip Enrico Manzi.

I protagonisti principali della vicenda, oltre a Gallo, sono l’ex collaboratore di giustizia, già condannato per sequestro di persona, Federico Corniglia e il trafficante Roberto Pedrani. Entrambi, negli anni Novanta, furono processati nel maxi Nord-sud. Corniglia e Gallo si conoscono da allora. Col tempo il rapporto diventa una buona amicizia. Si sentono spesso. Meno con Pedrani. Corniglia diventa soprattutto un’ottima fonte confidenziale. Ed è così che nel luglio 2008 parla a Gallo dell’arresto, in Brasile, di Pedrani trovato con 25 chili di cocaina. Da qui gli accertamenti fatti in collaborazione con i dirigenti della squadra Mobile. Una nota ufficiale della Direzione centrale per i servizi antidroga (Dcsa) confermerà l’arresto. Si inizia un’attività investigativa. Decisione condivisa dall’allora capo della squadra Mobile e dal referente per la sezione contro il crimine organizzato. Gallo stesso redige l’informativa che consegna ad Alberto Nobili, il quale dispone l’emissione del decreto per l’acquisizione dei tabulati telefonici, divenendo così titolare dell’inchiesta.

Sempre Corniglia, in qualità di fonte confidenziale, racconta di una casa a Lugano di Pedrani. Da qui il contatto tra la squadra Mobile e le autorità svizzera. Il trait d’union è sempre Gallo. Agli svizzeri riferisce l’indirizzo giusto. Le autorità elvetiche aprono un’inchiesta su Pedrani. Siamo nel settembre 2008. Inizia un serrato carteggio tra la Svizzera e l’Italia sulla figura di Pedrani. Gallo, nel frattempo, mantiene i rapporti con Corniglia, il quale, naturalmente sa, o perlomeno intuisce dell’inchiesta e si affanna a capire se vi sia associato il suo nome. Telefona spesso a Gallo. Chiede se rischia un coinvolgimento. Il poliziotto resta vago. Secondo la Procura di Milano questa è la prova della rivelazioni di notizie coperte da segreto. Lo stesso vale per un audio che la Svizzera riceve dal Brasile e invia a Gallo per capire chi siano gli interlocutori (poi identificati in Pedrani e Corniglia). L’ispettore non li riconosce. Secondo la Dda, però, quel nastro viene fatto sentire anche a Corniglia, di nuovo rivelando un atto coperto da segreto. La convinzione dei magistrati è legata a un verbale che Corniglia fa davanti alle autorità svizzere.

A ottobre, poi, e dunque a meno di un mese dalla perquisizioni, sempre la Dcsa comunica al Ros di Padova e alla squadra Mobile di una convergenza investigativa su Pedrani. Quella veneta è l’indagine del pm Tonin. Prima di contattare i carabinieri, l’ispettore Gallo parla con Corniglia. La sua domanda è chiara: in Veneto quali sono i contatti di Pedrani? Risposta: Angelo Manfrin. E dunque, in questa versione non è il superpoliziotto a svelare il nome di Manfrin al confidente ma il contrario. Di più: il nome dell’ex estremista di destra sarebbe stato negato dal Ros. Secondo la Procura, invece, le cose stanno all’opposto: Gallo al telefono con Corniglia, oltre a dire il nome in codice dell’operazione (Testuggina), svela il ruolo di Manfrin “il quale – scrive il gip Manzi – avvertito da Corniglia si dava alla latitanza volontaria”. A supportare questa tesi alcune conversazioni intercettate tra Manfrin e Corniglia. “Ti devo parlare a voce”, dice il secondo. “Si lo so – risponde l’altro – per capire cosa devo fare, se devo tornare lì con mia moglie”. In realtà, secondo la difesa, il riferimento alla moglie è oggettivo e legato alla crisi coniugale tra la donna e Manfrin. Il resto è il lungo calvario di Carmine Gallo, durato ben cinque anni. Ora il processo.