Ipse seram teneras maturo tempore vites. Di dieci anni di latino, l’unica cosa che mi ricordo a memoria, compresi gli accenti giusti, è che sarò io stesso al momento buono a piantare le tenere viti. Mi sa che era Tibullo quello convinto di sapersela cavare con le tenere viti, capofila di un’antica e mai sopita mania del culturame per il lavoro dei campi, naturalmente non per la parte volgare, tipo vangare e zappare, ma per quella delicata e pensosa del piantare e magari anche potare. Ipse seram teneras… Non è ancora giorno e tra i filari già sussurrano le potatrici ad aria compressa; come in un canto, come un blues sommesso e potente, dolente e insistente.

Un potatore per filare, berrettacci di lana, giacconi sfondati, stivali di gomma incrostati di fango fino al polpaccio, guanti da lavoro grossi e spessi, facce nere per quel che si riesce a vedere; e mani nere, quando si tolgono i guanti ghiacciati di brina e ci alitano sopra per dargli quel po’ di sensibilità per continuare il lavoro. Negri nei vigneti a potare nei giorni della merla, altro che ipse seram teneras. E non godranno un bel niente del frutto di quei vigneti, che non sono i loro, che non sono usi a bere vino, e hanno imparato a potare con lo stesso ardore con cui si impara a nuotare in mezzo al mare, per non affogare. A mezzogiorno li rivedo sotto una tettoia, la schiena poggiata alle loro Punto e Fiesta vecchie di vent’anni, contenti del loro pane, allegri mentre tracannano da un bottiglione da due soldi un’aranciata più gialla del sole che prima o poi si vedrà.
Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 3 febbraio 2014