Diego Bianchi, in arte Zoro, è simpatico e bravo. Marco Dambrosio, in arte Makkox, non si sa se sia simpatico (sta fisicamente in studio ma non parla mai) ma è molto bravo. Insieme hanno ripreso a fare Gazebo, che va in onda il martedì, il mercoledì e il giovedì in seconda serata su Rai3. E questo si sa. Ciò che forse si sa meno è che, al di là di quel che si dice (e che a volte anche si legge), il programma sta andando male; anzi, a dirla tutta, è sempre andato male. E questo non lo dico io, è un dato di fatto.

Per sapere se un programma va bene o male, non basta guardare il semplice numerino di share. Le cose in questo campo sono un po’ più complesse. Per esempio, un buon indicatore (non l’unico) è vedere quanti telespettatori perde o guadagna il programma in questione rispetto al programma precedente. Gazebo ne perde sempre un mucchio, qualunque cosa ci sia prima. A volte addirittura ne perde quasi la metà (tipo: la corrazzata di Ballarò fa il 13 e loro fanno il 7). Ma anche se prima c’è un anonimo filmettino che va già male di suo, loro riescono comunque a far scendere l’asticella di qualche punto. Questo significa che il programma non ha forza propria: si limita a ereditare i telespettatori più pigri, non chiama pubblico nuovo, non esercita nessun potere d’attrazione. E’ un programma fisiologicamente debole, insomma. Se al posto di Gazebo si mettesse qualunque altra cosa pescata a caso, si otterrebbero gli stessi risultati. E in effetti è proprio così, basta vedere i dati del periodo pre-Gazebo: programmi pescati a caso facevano appunto gli stessi risultati.

Comunque il punto non è questo. Il punto è: com’è che un programma fatto da due così bravi (perché Zoro e Makkox, lo ribadisco, sono bravi) va male? Semplice: perché il programma non c’è. C’è Zoro, ci sono i disegni di Makkox, ma non c’è il programma. Zoro fa battute in studio e fa servizi “d’assalto” per Roma (prevalentemente), che però, persa la loro iniziale carica eversiva, dopo un po’ si ripetono inevitabilmente sempre uguali a sé stessi. Makkox dà saggi della sua arte figurativa, sempre egregia, che però, diciamo la verità, non è la cosa più televisiva che esista. Oltre a questo non c’è null’altro; o almeno nulla che non si sia già visto, almeno un milione di altre volte.

Anzi no, ci sono i tweet, di gente famosa e non, mostrati e commentati in studio da Zoro. Spesso sono proprio i tweet a riempire quasi per intero la puntata e, in ogni caso, hanno sempre un grande spazio e danno una connotazione molto forte al programma. Già, i tweet. Vogliamo dirlo una buona volta fuori dai denti? Far vedere i tweet in televisione (al di là di una logica strettamente funzionale) è triste e perfino un po’ patetico. Non sto ovviamente discutendo dell’importanza assoluta di Twitter e di tutti gli altri social nella vita quotidiana di una larghissima fetta di popolazione mondiale. E neppure dell’interesse del cosiddetto second screen, ovvero l’uso di un dispositivo elettronico (smartphone o tablet che sia) che permette ai telespettatori una reale esperienza interattiva legata a un programma televisivo. Ma mostrare dei tweet già twittati su uno schermo dentro uno studio televisivo è come ridurre degli animali selvatici a teste impagliate da appendere sopra il caminetto. E’ uno spettacolo triste e patetico, appunto.

I tweet e i social in genere devono vivere nel loro ambiente naturale (i media non televisivi): trapiantarli in televisione dopo che sono già stati scritti e letti e farne il contenuto portante di un programma è una cosa che ha davvero poco senso. Eppure, Gazebo a parte, non sono pochi i programmi che utilizzano questo espediente, spesso solo per fare vedere che si è moderni, aggiornati, al passo coi tempi. Lo ha fatto per esempio qualche tempo fa Lia Celi (un’altra brava e simpatica) col suo Celi, mio marito! (sempre Rai3). L’idea centrale del programma era, anche in questo caso, leggere e commentare (simpaticamente) dei tweet a ripetizione. E’ stato uno dei peggiori flop della scorsa stagione.