L’ultima lettera spedita al suo legale segna la data del 6 giugno 2013. Alberto Lorusso vuole inoltrare un’istanza alla Corte di Strasburgo. Lui, costretto al regime del 41bis, vuole denunciare le condizioni di invivibilità nella più grande casa di reclusione d’Italia. Per questo deve studiare. Un testo, in particolare, sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ha chiesto ai suoi parenti, in Puglia, di acquistarlo e spedirglielo. La direzione del carcere di Opera non glielo recapita. Protesta, presenta reclamo al Tribunale di sorveglianza. E poi scrive al suo avvocato, a Taranto. Perché così è lui, uno che arriva ai ferri corti con qualunque amministrazione penitenziaria abbia a che fare.

Questione di libri, soprattutto. Lo è a Milano, dove da due mesi, alla data della missiva, condivide l’ora d’aria con lo storico capo di Cosa Nostra, Totò Riina. Lo era prima, a Cuneo, dove ha provato a diplomarsi da ragioniere. Il sospetto sempre lo stesso: una frase, un codice, un pizzino nascosto tra le pieghe delle pagine. Non è un intellettuale Lorusso, ma sa il fatto suo. Ha una fissa per le condizioni dei ristretti, tanto da interpellare, in passato, anche politici, come la senatrice comunista Ersilia Salvato. Ha studiato ad uno uno ogni atto dei suoi processi, ha stilato le memorie difensive assieme ai legali. Non è di facile approccio. Distinto, carismatico, mai remissivo. Tipo solitario, un po’ orso. Così dicono di lui quelli che lo hanno conosciuto bene, da uomo libero prima e detenuto poi. Sono pronti a scommettere che non è animo da poter plasmare. Mai ha accettato di collaborare, di prestare il fianco alla giustizia, di mostrare un pentimento. “Mai”, ripetono i suoi avvocati, Vincenzo D’Elia e Gaetano Vitale, a cui appare “sorprendente” possa farlo proprio ora che mancano solo quattro anni alla sua scarcerazione.

È fissata per il 2018, termine ridotto grazie al “continuato” che è riuscito ad ottenere, dimezzando una pena di quasi mezzo secolo. La vita, però, si sa, potrebbe continuare anche per altri rivoli. Le immagini di lui, ormai 55enne, a passeggio con Riina tra il verderame del cortile di Opera, la voce dall’accento marcato, le battute che inquietano sulla sorte del pm Nino Di Matteo, nella sua Grottaglie le hanno viste e sentite tutti. E nessuno si meraviglia: “Lorusso, l’anarchico?”, “Lorusso, l’indipendente?”, “Lorusso, l’irriducibile?”. La sua storia è ancora sale sulla ferita per la città che è stata la sua roccaforte, tanto da dare il nome all’ultima operazione in cui è stato coinvolto, “Ceramiche”, nel 1997. Da lì gestiva lo spaccio anche nelle piazze vicine, Villa Castelli, Monteparano, Lizzano, Sava, Fragagnano.

Aveva continuato a farlo da dietro le sbarre, nonostante il regime di alta sorveglianza. Ed è questo il motivo che gli è costato il 41bis, a partire già dal 2001, provvedimento rinnovato di anno in anno, con informative negative di fronte alle quali si sono schiantate tutte le opposizioni presentate. Ancora troppo alta è considerata la sua capacità d’influenza all’esterno, per quanto del suo clan, in fondo, sia rimasto solo qualche osso di seppia. Il suo curriculum penale, però, è corposo: coinvolto nel tentato omicidio dei fratelli Gigante a fine anni ’80; arrestato nel 1994 e condannato definitivamente nel 1999 a dieci anni di reclusione per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, nell’ambito del maxiprocesso “Ellesponto”, che ha fatto la storia giudiziaria di Taranto. Il 16 dicembre 2003, la Corte d’Assise d’Appello di Lecce gli ha inflitto un’altra pena a ventitre anni di carcere per aver ucciso brutalmente, nel 1990, il 22enne Fulvio Costone, in realtà per uno sgarro in affari, ufficialmente perché ritenuto l’autore dello stupro, mai commesso, ai danni della sua fidanzata. Il corpo, occultato in un pozzo, è stato scoperto solo sette anni dopo.

Nel 2004, infine, è arrivata la sentenza “Ceramiche”, che ha aggiunto altri sedici anni e otto mesi di detenzione. È dagli atti processuali che emerge più nitida la sua statura criminale. Aveva un clan tutto suo Alberto Lorusso, sì vicino a quello De Vitis- Ricciardi, ma non organico, parallelo. Nella cruenta guerra di mala contro i Modeo, non si può dire sia stato direttamente in trincea. La sua gemmazione ha spadroneggiato in provincia, in quella fascia rimasta terra di nessuno, a metà strada tra la malavita ionica, autonoma e non subordinata ad altre organizzazioni, e la Sacra corona unita, che ha trovato culla nell’immediato Brindisino e nel Leccese. È per questo che Lorusso non ha mai ricevuto condanne per partecipazione alla Scu e non è un suo boss. Piuttosto, i suoi rapporti con la quarta mafia sono stati alla pari, orizzontali, scambi di favori reciproci. Lo chiarisce l’unico riferimento a questa realtà, quello che rispunta da un’intercettazione ambientale durante un colloquio nel carcere tarantino: Lorusso teme che il suo braccio destro, Ciro Carriere, da poco collaboratore di giustizia, sveli il luogo in cui è stato nascosto il cadavere di Costone. Chiede ai suoi uomini di spostarlo altrove. Non ci riescono e lui li rimprovera: “chiamate quelli di Francavilla e Mesagne, perché sono più bravi”.