Villette a schiera o perché no, una bella spa al posto della struttura che diede rifugio agli orfani ebrei di mezza Europa. L’annuncio per venderla è anche in cinese, la petizione per salvarla è internazionale, lo smacco planetario. Il cemento rischia d’inghiottire quel che resta della “Sciesopoli” di Selvino, sulle Prealpi bergamasche, edificio-simbolo di un significativo contrappasso della persecuzione antisemita: la colonia nata per forgiare i “figli della Lupa”, allevati nel culto del Duce, che divenne centro di prima accoglienza e reinserimento sociale per i bimbi liberati dall’orrore dei lager e delle persecuzioni nazifasciste. E presto sarà tutt’altro, per la gioia di chi vorrà dire un giorno: “ecco, non è mai successo”.

La struttura è in stato d’abbandono da 25 anni nonostante sia meta di pellegrinaggio dei superstiti che lì trovarono ragioni per sopravvivere ai traumi della Shoah. La lapide che nel 1983 ricordava questa storia è sparita, all’interno caloriferi e lampadari sono stati depredati, gli arredi d’epoca devoluti a una comunità assistenziale. Erba alta e sterpaglie fanno da cornice ai giardini mentre dalle finestre si intravedono carte sparse sui pavimenti con i nomi dei ragazzi che sono passati di qui, cartoline e disegni ingialliti, polvere e vetri rotti. Restano le mura, ma anche quelle potrebbero sparire, vendute a investitori russi, cinesi o arabi per farne non si sa cosa, un’hotel o un centro benessere. Forse villette.

Per impedirne la distruzione il 23 dicembre scorso un Comitato di storici, reduci ed esponenti della Comunità ebraica milanese hanno lanciato una petizione internazionale che in pochi giorni ha raccolto un migliaio di adesioni. Per sottoscriverla basta una mail all’indirizzo sciesopoli@gmail.com indicando nome, cognome, qualifica professionale o etico- associativa, città. “Il problema non sono tanto o solo i fondi ma sottrarla alla speculazione”, spiega lo storico Marco Cavallarin che in passato ha promosso petizioni per la lapide all’ex Albergo Regina di Milano, comando delle SS dal ’43 al ’45, e per fermare la proposta di legge che equipara partigiani e repubblichini.

La “sciesopoli” di Selvino, racconta, nasce negli anni Trenta come colonia montana voluta dal Fascismo in Val Seriana, a 70 chilometri da Milano. Lì, dal 1928, i giovanissimi Figli della Lupa e i Balilla venivano ospitati per le vacanze e addestrati all’educazione marziale. La colonia, che prendeva il nome dall’eroe del Risorgimento Amatore Sciesa, fu progettata dall’architetto Vieti-Volli di Milano e realizzata con le più avanzate tecnologie del tempo: dormitori, refettori, piscina, cinema, infermeria, un parco di 17mila metri quadrati e cortili per le adunate. Tra i finanziatori il Duce in persona che donò ben 5mila Lire, come testimonia una lapide marmorea che porta inciso il nome del “primo benefattore” e è ora circondata da graffiti successivi, in un grottesco accavallarsi di scritte.

Ma non è solo la storia fascista di “Sciesopoli” che rischia d’esser cancellata. C’è un’Italia che si sta specializzando nel lifting della Storia: non cancella soltanto le ferite del nazifascismo ma anche le cicatrici del proprio riscatto. Finita la guerra, come in un cotrappasso dantesco, la struttura parastatale per le elité fasciste fu requisita dai socialisti e utilizzata come centro di prima accoglienza per i bambini ebrei e trasformata in un vero e proprio istituto di reinserimento sociale. Arrivavano qui a centinaia da tutti gli angoli d’Europa, sfuggiti ai rastrellamenti e sopravvissuti ai campi di concentramento. Ex partigiani, ebrei, soldati della compagnia Solel Boneh dell’esercito britannico, la popolazione civile di Selvino e dei dintorni, CLN, brigata ebraica, autorità milanesi e molti altri ancora hanno collaborato per dare speranza a quegli 800 bambini ebrei che lì furono ospitati, curati ed educati. Su quei monti trovarono “un paradiso a lungo sognato, un castello da fiaba e a fatica si rendono conto d’essere liberi, rinati a nuova vita”, scrive nel 1997 il superstite Aharon Megged nel suo Il Viaggio verso la Terra Promessa.

“Le lenzuola pulite ci facevano paura, temevamo di scivolare dal letto”, ricorderà Naftali Burstein quando a 81 anni da Israle è tornato sull’altopiano. Fino al novembre del 1948 “Sciesopoli” continuò a ospitare quei bambini che in gran parte avrebbero trovato la strada verso la Palestina. “In quell’edificio è impressa una bella pagina di storia – spiega Cavvalarin – che non riguarda fatti violenti ed è stata scritta da persone straordinariamente civili che si sono adoperate per ridare vita a bambini spiritualmente e fisicamente devastati”. Negli anni ’80 è tornata a essere meta di soggiorni terapuetici, poi la chiusura e la vendita all’asta. Sciesopoli oggi è di proprietà di un’immobiliare di Vallo della Lucania (SA) che sta tentando di venderla come centro turistico-alberghiero.

Un annuncio in cinese la propone a 2 milioni di euro come centro benessere, un costo irrisorio rispetto al valore reale dell’immobile sul quale graverrebbe, per altro, un vincolo d’uso posto a suo tempo dal Comune e dalla popolazione locale in favore di finalità pubbliche. “Potrebbe diventare il Memoriale dei Bimbi di Sciesopoli, un museo europeo dell’Alyah Beth, l’emigrazione clandestina dall’Italia verso Israele”, spiega Cavallarin che si è appellato a Regione Lombardia perché rafforzi quel vincolo, si metta di traverso alla speculazione salvando un luogo che è un pezzo di storia non solo bergamasca e non solo italiana ma europea.

Ha scritto al presidente Roberto Maroni, ma a distanza di due mesi nessuna risposta. Del resto anche il sindaco Carmelo Ghirlandi ha spedito pile di lettere a politici, istituzioni, ambasciatori, gruppi ebraici e pure a Giorgio Napolitano. Niente. Intanto si avvicina il Giorno della Memoria 2014. Il Museo storico di Bergamo dedicherà un’iniziativa alla colonia dei balilla che diventò rifugio dei bimbi ebrei. C’è un Italia che non vuole abbandonarla alla rimozione delle ruspe e della memoria collettiva.

da Il Fatto Quotidiano del 6 gennaio 2014