Il prezzo di Bayer era di 5.600 dollari (4.100 euro) per 120 compresse, la scorta per un mese. Dal marzo 2012 in India, per decisione del governo, si può comprare la stessa dose del farmaco anti-cancro Nexavar nella versione generica a 175 dollari: 127 euro. Da allora la multinazionale di Leverkusen ha scatenato una guerra di carte bollate per riprendersi il brevetto, ma finora non ci è riuscita. E lo scorso 3 dicembre Marijn Dekkers, ceo della Bayer è tornato sull’argomento: “Siamo onesti, noi non sviluppiamo questo prodotto per gli indiani, ma per i pazienti occidentali che possono permetterselo”. Le dichiarazioni del numero uno del colosso farmaceutico sono state riprese e pubblicate pochi giorni fa da Bloomberg Businessweek e hanno scatenato un putiferio. Dekkers ha provato a difendersi: “Frasi estrapolate dal contesto”. Ma il filmato pubblicato dal sito di El Mundo lascia pochi dubbi.

Sessantasettemila dollari (50mila euro) per un ciclo di trattamenti della durata di un anno, 41 volte il reddito pro capite annuo in India. “Il prezzo è fuori dalla portata dei pazienti. Non è un bene di lusso, ma un medicinale che può salvare delle vite. E’ dunque importante che possa essere alla portata della maggior parte delle persone”. Con questa motivazione nel marzo 2012 il governo indiano, in base all’articolo 84 del Patents Act del 1970, costringeva Bayer a concedere alla Natco Pharma Ltd., azienda locale, la licenza obbligatoria per produrre la versione generica del Nexavar, nome commerciale per il sorafenib, usato in tutto il mondo per combattere il tumore al fegato e ai reni. Risultato: oggi il generico costa il 97% in meno del medicinale di Bayer, cui va comunque il 6% delle royalties.

Il colosso tedesco si subito era rivolto alla Commissione di appello per la proprietà intellettuale, ma il 5 marzo 2013 il ricorso era stato respinto e ora la multinazionale si prepara ad appellarsi all’Alta Corte di Mumbai. Si è trattato “essenzialmente di un furto”, sentenziava Dekkers il 3 dicembre a Londra, durante la Financial Times Global Pharmaceutical & Biotechnology Conference, il più importante evento europeo del settore. “Se mi domandate se questa decisione avrà un effetto negativo sulle nostre finanze, dico no: siamo onesti – continua il ceo – non abbiamo sviluppato questo medicinale per il mercato indiano, ma per i pazienti occidentali che possono permetterselo”. Ma la decisione di Nuova Delhi apre scenari foschi agli occhi di Dekkers: “Il problema è che ora la compagnia indiana potrà provare a vendere il suo prodotto altrove, per esempio in Africa“. La “minaccia” di veder calare i fatturati per i colossi farmaceutici è reale: secondo Bloomberg Businessweek, l’India avrebbe intenzione di concedere licenze per la produzione della versione generica di altri 20 farmaci per il trattamento di malattie come il diabete e l’Hiv.

La battaglia tra Big Pharma e l’India va avanti da tempo: nell’aprile 2013, dopo 6 anni, la Corte Suprema indiana ha respinto il ricorso di Novartis per togliere ad un’azienda locale il brevetto per copiare l’antitumorale Glivec. Subito dopo l’incidente, il ceo di Bayer ha provato a difendersi: “Quella che voleva essere una risposta data rapidamente in una conferenza è stata travisata- scrive Dekkers in un commento all’articolo di Forbes, il primo a dare la notizia il 5 dicembre in uno dei suoi blog – non c’è nulla di più lontano da quello che noi della Bayer facciamo e vogliamo. Il nostro obiettivo è migliorare la salute e la qualità della vita e vorremmo che tutte le persone potessero condividere i frutti del progresso medico, indipendentemente dall’origine o dal reddito. (…) Tuttavia nessun paese ha il diritto di indebolire i diritti di proprietà intellettuale. Bayer, come ogni altra società privata, ha bisogno di un ritorno sufficiente sugli investimenti per portare avanti la ricerca. I produttori di farmaci generici, invece, non investono in ricerca e sviluppo e, pertanto, non arriveranno mai alla scoperta di nuove cure o trattamenti innovativi”.

Ma la polemica divampa. “Bayer ha ammesso apertamente che i suoi farmaci sono destinati ai pazienti più ricchi – si legge in una nota firmata da Manica Balasegaram, direttore esecutivo della Campagna di Accesso ai Medicinali di Medici Senza Frontiere – le compagnie sono concentrate nel moltiplicare i loro guadagni. Le malattie che non portano guadagni non rientrano nei loro piani e i pazienti che non hanno i soldi per pagare non rientrano nei loro interessi”. Secondo un recente rapporto di Msf, solo il 3,8% dei farmaci approvati a livello mondiale tra il 2001 e il 2011 sono destinati alla cura delle cosiddette “malattie dimenticate”, quelle il cui “mercato farmaceutico potenziale è insufficiente ad attrarre l’interesse del settore privato”.