“Profondamente colpita da questa disumana attività”. Firmato Caroline Kennedy, unica figlia sopravvissuta dell’ex presidente John Fitzgerald Kennedy, quello che, tra le altre cose, aveva autorizzato preventivamente i bombardamenti al napalm in Vietnam. Ed è questo quello che molti giapponesi, infuriati per questo tweet, hanno ricordato a Caroline, da pochi mesi divenuta ambasciatore Usa in Giappone. “Lasci stare i delfini, pensi alle bombe atomiche, al napalm, ai droni che uccidono civili innocenti” si legge in uno dei post più gettonati della versione giapponese di Facebook.

L’occasione è ghiotta, e la stampa giapponese, che dei delfini e della loro annuale mattanza se ne sono sempre infischiati, ci salta subito sopra. Il Sankei Shinbun, il più conservatore dei quotidiani nazionali, l’accusa di “ingiustificata interferenza” e superficialità di giudizio. Quello che succede ogni anno a Taiji, sostiene il quotidiano, non è che una legittima e minuziosamente regolata tradizione dei locali pescatori. E non saranno certo i piagnistei di un branco di animalisti abituati a vedere Flipper in tv che potranno eliminarla. In effetti, e a costo di essere sommerso da una valanga di insulti, i giapponesi (o meglio: gli abitanti e le autorità locali di Taiji. La stragrande maggioranza dei giapponesi ignorano questa vicenda o comunque se ne sbattono) non hanno tutti i torti. Penso di essere tra i pochi ad avere, più di una volta, assistito sia alla “civile” e turistica mattanza dei tonni (in Sardegna) che a quella “barbara”, e fino a qualche anno fa semiclandestina, dei delfini, a Taiji. Mi manca quella delle Isole Far Oer (Danimarca). Ma bastano le immagini di cui abbonda la rete per non aver dubbi sulla sua sofisticata e civilissima natura.

E’ infatti un eccitantissimo mix tra una “festa de noantri” nordica e un rito tribale “di passaggio”, con il mare che per giorni e giorni si tinge di rosso e i bambini che giocano a buzzico rampichino sui cadaveri, in progressiva putrefazione, di orche, delfini e quant’altro riescano ad acciuffare e massacrare, in poche ore, i giovani vichinghi della civilissima Danimarca. Per carità, al momento di scrivere, nella “baia maledetta” di Taiji, divenuta grazie al colossal hollywoodiano “The Cove” (Oscar per il miglior documentario nel 2009, meno meritevole quanto a correttezza di informazione) uno dei luoghi oramai più (in)famosi del Giappone, è in corso la oikomi (“chiamata”), la periodica mattanza dei delfini. Quest’anno pare ne abbiano radunati molti meno dell’anno scorso e comunque sotto la quota annuale stabilita dalle autorità: 1750 capi l’anno. Poca roba, rispetto ai 20 mila di cui le varie prefetture del Giappone autorizzano, ogni anno, l’abbattimento.

A Taiji – il cui sindaco ha annunciato che nel giro di qualche anno realizzerà un gigantesco parco marino dove d’estate sarà possibile familiarizzare e nuotare con i delfini, ma senza rinunciare alla mattanza invernale – da un paio di anni hanno anche in parte ceduto alle pressioni della comunità internazionale. Ora non li sgozzano più in acqua, gli “pizzicano” il nervo spinale con una lama acuminata in modo da paralizzarli e zittirli (il grido di dolore di un delfino allontanato dal branco è straziante come quello di un bimbo strappato alla madre). Li finiscono poi, oramai esausti e rassegnati, con calma, lontano dagli occhi degli attivisti e delle loro fastidiose, ma oramai ubique, telecamerine. Questo per quanto riguarda i “maiali di mare” (così li chiamano, i delfini: iruka) in esubero, quelli che i pescatori dicono di liberare in mare e che invece finiscono non tanto in tavola (la storia che i giapponesi vadano ghiotti della carne di delfino, dura, fibrosa, e piena di mercurio, è una delle bufale più diffuse) quanto macinati nel cibo per animali domestici e da allevamento. Miglior fine – ma bisognerebbe chiederlo a loro, che sono intelligenti, come ci si sente a fare le moine a comando per tutta la vita – fanno invece gli animali più belli, sani e robusti.

Una decina di mercanti senza scrupoli, procacciatori di delfini per gli acquari di tutto il mondo, vengono infatti ogni anno a Taiji . La mattina si immergono nella baia dove da giorni i delfini vengono rinchiusi senza cibo, e la sera, dopo aver selezionato i capi migliori e assicurato le commissioni (un buon delfino può valere fino a 50 mila euro: quelli albini, rarissimi, anche 200 mila) si mischiano agli altri gaijin (stranieri), per la maggioranza europei e americani che sempre più numerosi vengono a protestare per questa barbarie. Il bello è che spesso si ritrovano tutti nei due ristoranti vegetariani della città, uno dei quali gestito dalla moglie di uno dei pescatori “irriducibili”, quello che nel film “The Cove” fa il cattivo e contro riprende, con fare minaccioso, il “papà” di Flipper, Rick O’Barry. Che a Taiji oramai è di casa, ma che non riesce a spuntarla con i locali.

“Finchè vengono qui a protestare urlando, minacciando e insultando non caveranno un ragno dal buco – spiega a ilfattoquotidiano.it il sindaco di Taiji, Kazutaka Sangen, che conosco da molti anni, prima che Taiji venisse “scoperta” da Hollywood. – Noi giapponesi siamo testardi e cocciuti. E orgogliosi delle nostre tradizioni. Neanche se vengono con i marines cambieremo idea”. E qui sta il punto. Progresso, civiltà e valori etici non si possono imporre con la violenza. E nemmeno usando le telecamere come bazooka, puntandole contro i pescatori, le loro mogli, i loro bambini. E chiedendo castronerie come: “Ti piace Flipper”? “Quanti delfini hai mangiato finora?”. I locali rispondono a monosillabi, ridono e se ne vanno pensando a quanto siamo scemi, noi giornalisti. Un atteggiamento che si presta a facili contropiedi “culturali”. “Proprio voi italiani vi permettete di criticarci? – ribatte il sindaco – Passi per gli americani, che non riescono a distinguere una balena da un polipo, ma voi italiani di mare e di pesca vi intendete. Sapete cosa significa mantenere un ecosistema, come difenderlo dalla voracità di alcune specie. Noi i delfini non li ammazziamo per mangiarceli, ma perché sono troppo voraci, divorano il plancton che serve agli altri pesci. Quanto alla mattanza, non vedo perché quella dei tonni sia civile, e quella nostra no. Il sangue è sangue. E tutti gli animali soffrono, quando vengono ammazzati. Dai visoni ai polli, dai vitelli ai tonni. E purtroppo anche i delfini. Non siamo barbari, siamo solo diversi”.