Uomini “senza scrupoli di nessun genere, pronti, pur di lucrare profitto, a sacrificare ciò che per nessuna ragione dovrebbe poter mai essere sacrificato”. Sono queste le durissime parole che accompagnano la maxioperazione relativa ai fanghi interrati illecitamente nelle campagne di Brindisi. A tracciare l’identikit degli imprenditori coinvolti è il gip Maurizio Saso. Lo fa nell’ordinanza con cui ha accolto le richieste del pm Giuseppe De Nozza e disposto il sequestro preventivo di un impianto di Mesagne (Br), diciassette automezzi e tre semirimorchi di quattro ditte di trasporto, oltre all’interdizione per sei mesi dell’esercizio dell’attività di gestione di rifiuti speciali pericolosi e non a carico dell’impresa “Montanaro Vincenzo”.

L’inchiesta ha già portato nell’aprile 2013 a porre sotto chiave i terreni su cui il materiale è stato sversato, fondi coltivati a frutteto e oliveto. È fin lì, infatti, che i carabinieri del Noe di Lecce, al comando del maggiore Nicola Candido, hanno seguito uno dei camion impiegati, cogliendo in flagranza di reato il conducente, Anthony Gatti, oggi tra gli indagati. È stata una segnalazione anonima di un cittadino a permettere di ritrovare il filo: quei fanghi provengono dal dragaggio del porto di Taranto. Sono rimasti abbancati per sette anni in tre vasche nell’area ex Belleli. Poi, nel marzo 2012, l’entrata in vigore della legge n. 27/ 12 ha impresso un’accelerata, consentendo il loro recupero come materia prima secondaria, destinata al ricolmamento di aree ad uso industriale con falda acquifera naturalmente salinizzata. A Brindisi, invece, sono finiti tra gli orti, frammisti, tra l’altro, a scarti edili, materiale ferroso, conglomerato bituminoso, plastiche.

Fatti “di estrema gravità”, li definisce il gip. Dall’accusa di gestione illecita di rifiuti ed esercizio di discarica abusiva dovranno difendersi, oltre all’autista, i proprietari dei terreni, Francesco e Massimiliano Vinci e Fabrizio Distante, e gli imprenditori Vincenzo Montanaro, Maurizio Carlucci, Salvatore Del Prete e Gianfranco Carlucci. Nel registro degli indagati sono state iscritte anche le loro quattro società, a cui è stato contestato l’illecito amministrativo della “mancata adozione ed, in ogni caso, la mancata efficace attuazione di un modello organizzativo e di gestione idoneo a prevenire reati della stessa specie”.

Un esempio per tutti. L’impianto sequestrato, con un solo dipendente, due escavatori e uno spiazzo all’aperto, non avrebbe mai potuto effettuare l’attività di recupero di 13mila tonnellate di fanghi, quelle poi smaltite illecitamente in campagna. È ciò che ha appurato il consulente tecnico nominato dalla Procura, Giuseppe Genon, docente del Politecnico di Torino. “Anzi- è rimarcato nell’ordinanza- vi è più di un ragionevole motivo per ritenere che lì i fanghi di dragaggio siano stati miscelati con altri rifiuti speciali pericolosi e non di altra provenienza, emergendo in modo piuttosto evidente che parte dei rifiuti rinvenuti nelle aree sottoposte a sequestro dei fratelli Vinci non possa in nessun modo, anche facendo ricorso alla più fervida delle fantasie, ricollegarsi all’attività di escavo dal porto di Taranto (si fa riferimento, ad esempio, a pezzi di basolato)”.

Anche per questo non sono stati fatti sconti, perché è “impensabile il livello di insensibilità dimostrato nei confronti di beni e interessi di rilevanza collettiva, quali l’ambiente, la salute e la tutela dell’identità paesaggistica di luoghi di inestimabile pregio quali le campagne coltivate ad uliveto”.