Per ventinove anni dopo la fine della Guerra del Pacifico aveva continuato a obbedire agli ordini che gli erano stati impartiti. Quando nel 1945 vide un manifesto sganciato da un aereo americano scritto in un giapponese zoppicante non credette che la guerra era finita. “Una strategia americana”, si disse. E continuò con le sue operazioni di guerriglia nella giungla dell’isola di Lubang, nelle Filippine. Il 17 gennaio è morto all’età di 91 anni Hiroo Onoda, uno degli ultimi soldati dell’esercito imperiale giapponese a lasciare le armi dopo la fine della guerra.

“Fin tanto che non ricevo l’ordine di resa, non posso lasciare il campo”, aveva spiegato all’esploratore Norio Suzuki, che lo aveva rintracciato proprio a Lubang nel 1974. Al suo arrivo in Giappone quello stesso anno, Onoda viene accolto da eroe. Per portarlo in patria era servito l’ordine del suo superiore che nel 1944 gli aveva affidato la missione, che finalmente poteva dirsi conclusa: non si era arreso, aveva conservato il proprio onore. “Avevo ricevuto un ordine”, spiegò Onoda all’emittente australiana Abc nel 2010. “Se non l’avessi portato a termine mi sarei vergognato”. Poco tempo dopo, Onoda decise di trasferirsi in Brasile dove abitava un fratello e di fare l’allevatore. “Non mi pento di nulla”, disse Onoda alla Bbc nel 2001. “Sono andato via dal Giappone perché non potevo sopportare che tutto ciò che era legato alla guerra fosse visto negativamente”.

Il suo legame con il Giappone, comunque, non si interrompe mai: il suo nome poteva diventare un business decisamente proficuo. Dagli anni Ottanta infatti, Onoda avvia corsi per sviluppare la “forza individuale” dei giovani giapponesi e inaugura una catena di scuole con corsi di sopravvivenza in condizioni estreme. Nel 2005 Onoda riceve una medaglia all’onore. Dopo la resa ufficiale del 2 settembre 1945, Onoda era tra quei soldati, chiamati zairyu nipponhei ovvero “soldati residui”, a cui nel caos della ritirata dell’esercito imperiale dai territori occupati non erano state date istruzioni. Molti di loro quindi rimasero fermi nelle loro posizioni in attesa di nuovi ordini da Tokyo. Ordini che nella maggioranza dei casi non arrivarono mai, perché le truppe americane avevano nella maggior parte dei casi interrotto le comunicazioni tra i centri di comando e le divisioni sparse nelle isole del Pacifico.

Laddove però arrivarono i volantini americani, in molti, in nome della fedeltà alla causa imperiale, si rifiutarono di credere alla dura verità. Per questi restavano due opzioni nell’impossibilità di tornare in patria: rimanere nascosti o continuare a combattere. Ci fu quindi chi, come Murata Susumu e Teruo Nakamura, aveva vissuto per anni in capanne o rifugi in isole remote del Pacifico; e chi invece ha continuato a combattere e morire a fianco dei movimenti di liberazione nazionale in Sudest asiatico, dal Vietnam, tra le fila del Viet Minh del generale Giap e Ho Chi Minh, al Sud della Thailandia all’Indonesia. Tutto per un solo motivo. Perché, come spiegò Shoichi Yokoi, un soldato delle truppe imperiali ritrovato a Guam nel 1972, “a noi soldati giapponesi era stato insegnato che era meglio morire che essere catturati vivi”.

di Marco Zappa