Quando con una irruzione il 18 dicembre scorso i carabinieri del Nas lo hanno sorpreso a manipolare quella bottiglietta come lo avevano visto fare altre volte, ignaro di una telecamera nascosta nell’ufficio, lui ha farfugliato qualcosa, poi si è chiuso nel mutismo e ha scelto di non parlare. Un usciere di 46 anni dell’università di Bologna è finito agli arresti domiciliari per stalking e tentate lesioni aggravate. Per un mese, forse a causa di una uscita rifiutata, ha riempito di sostanze come morfina, etere etilico e cloroformio il mezzo litro d’acqua di una sua collega trentenne in servizio alla segreteria dell’ateneo. L’indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere ed è subito stato sospeso dal lavoro.

Tutto inizia alla fine di novembre 2013, quando la vittima si accorge per almeno due volte che il contenuto della bottiglietta di minerale, appoggiata sulla sua scrivania dai giorni precedenti, è torbido. La prima volta va a svuotare il liquido in bagno, senza dare troppo peso alla cosa. La seconda volta, insospettita, ne parla con una amica e insieme portano il liquido ai Carabinieri per farlo esaminare. Il referto del Nucleo antisofisticazioni di Bologna è agghiacciante: l’acqua che l’impiegata avrebbe potuto bere conteneva tracce di morfina. Interrogata dagli investigatori la vittima spiega che su quella stessa scrivania a metà novembre aveva ritrovato una rosa e dei cioccolatini, ma senza un mittente.

Qualche giorno dopo il fatto si ripete: la bottiglia con l’acqua torbida viene di nuovo ritrovata dalla ragazza al suo arrivo in ufficio. A questo punto il pubblico ministero Massimiliano Rossi che coordina le indagini, dispone l’installazione di una micro-telecamera nascosta davanti alla postazione della giovane segretaria. Il giorno dopo, puntuale come un orologio, alla chiusura degli uffici un soggetto, maschio, entra nell’ufficio. Chiusa la porta a chiave dall’interno, prende la bottiglia e con una siringa la riempie: gli investigatori scopriranno poi che in questo caso le sostanze introdotte sono etere etilico e cloroformio.

A questo punto i carabinieri del Nas hanno il loro uomo e la vittima, vedendo le immagini della registrazione, lo riconosce subito: è l’usciere che qualche settimana prima gli aveva chiesto di uscire ricevendo un cordiale rifiuto. Il giorno successivo l’uomo rientra nella sala, ma non manipola nulla. Si arriva al 18 dicembre quando i militari che osservano dagli schermi si accorgono che l’uomo ha in mano la bottiglia. È il momento giusto per incastrarlo. Scatta il blitz negli uffici di via Zamboni e l’uomo, quando viene sorpreso nell’ufficio, ha la siringa addosso, pronta probabilmente a essere riutilizzata sulla bottiglia della vittima. Poi l’usciere farfuglia qualcosa alla richiesta del perché si trovasse in quell’ufficio e i carabinieri lo portano subito in carcere. Poco dopo, nel suo armadietto sul luogo di lavoro i carabinieri trovano delle bottigliette con le sostanze incriminate, una siringa (ne troveranno altre anche a casa sua). Trovano anche delle bustine di topicida.

Il persecutore della ragazza, assistito dall’avvocato d’ufficio Mariano Mancini, in sede di convalida ottiene gli arresti domiciliari. Oltre a quella di tentate lesioni gravi, l’uomo viene accusato di stalking da parte del pm Rossi per avere creato uno stato d’ansia e avere costretto la ragazza a cambiare le proprie abitudini di vita a causa della misteriosa minaccia che per un mese l’ha tormentata. Soddisfatto dell’operazione si è mostrato il procuratore aggiunto Valter Giovannini, che ha sottolineato come anche per le indagini, gli appostamenti, l’installazione delle microspie, l’apporto della struttura dove lavoravano vittima e stalker è stato fondamentale: “Il rettorato – ha detto Giovannini – sin dal primo momento ha collaborato in pieno con la procura e con i carabinieri”.