Il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri se l’era sbrigata con 15 righe. Ora manca da capire se e quante ne useranno i 19 capigruppo dei partiti rappresentati in Parlamento. Loro, infatti, sono i destinatari del “mail bombing” promosso da #IoSono141, campagna permanente di sostegno alla lotta dei familiari delle 140 vittime del Moby Prince. Oggetto: la costituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro del traghetto che il 10 aprile 1991 finì contro una petroliera Agip nella rada del porto di Livorno. Due inchieste e un processo non sono riusciti non solo a trovare un colpevole (a parte il terzo ufficiale della petroliera, rimasto poi impunito grazie alle attenuanti generiche), ma neanche a dare risposte convincenti su alcuni aspetti che ancora oggi restano controversi. I tempi di sopravvivenza a bordo, per esempio. Ma anche (perfino) il punto in cui si trovava ancorata la Agip AbruzzoIl ruolo delle navi militarizzate americane che – finita la prima guerra del Golfo – affollavano lo scalo di Livorno. Un giudice, infine, che assolve tutti e dopo qualche anno sarà condannato per corruzione (in un’altra storia).

Ora qualcosa pare muoversi, finalmente. Il 31 gennaio è stato fissato un incontro tra il ministro Cancellieri e i parenti delle vittime del Moby Prince alla prefettura di Sassari grazie all’azione diplomatica del deputato di Sel Michele Piras e del presidente della commissione straordinaria per i diritti umani del Senato Luigi Manconi (Pd). “Per me e per noi tutti – dice Luchino Chessa, uno dei figli del comandante del Moby Prince Ugo Chessa e guida dell’associazione “10 aprile” – è una occasione imperdibile per consegnare un dossier con tutte le incongruenze processuali e con le novità emerse nel corso del lavoro sta portando avanti da alcuni anni lo studio Bardazza di Milano. Che sia la volta buona che anche lo Stato, nella persona della ministra Cancellieri, si ponga una serie di dubbi sulla storia del Moby Prince?”. E’ la prima volta dal 1991 a oggi, sottolinea Chessa, che la politica si mostra interessata anche solo a un confronto. Per il resto era stato silenzio perfetto. Quasi sempre.

L’appello di Grasso e il “massimo impegno” della Cancellieri
A romperlo era stato per dire il vero il presidente del Senato 
Piero Grasso
, il 10 aprile scorso, mettendo in agenda la costituzione di una commissione sulle stragi irrisolte e tra queste quella del Moby. Ma quell’appello – dopo 8 mesi – è rimasto lettera morta. Eppure la stessa richiesta era stata avanzata anche dalle due associazioni dei familiari delle vittime, guidate da Loris Rispoli e Angelo Chessa. Invece l’unico modo con cui la politica si è interessata alla sciagura del Moby Prince, da aprile a oggi, è stata la sorta di telegramma del ministro guardasigilli a un’interrogazione di Sel: con una manciata di parole ha spiegato che le inchieste erano finite con zero risultati e lì si rimaneva. Salvo poi essere costretta, Anna Maria Cancellieri, a spedire lettere ai giornali- in risposta alle polemiche dei giorni successivi – per  ribadire di essere vicina al dolore dei parenti delle vittime e garantire il “massimo impegno” per ogni iniziativa che porti alla ricerca della verità. Neanche una virgola su un’ipotesi di commissione d’inchiesta.

Luchino Chessa, il figlio del comandante: “Noi contro politica e lobby”
Tanto che prima di Natale proprio Luchino Chessa aveva scritto allo stesso ministro una lettera molto dura. “Le ricordo – scrive Chessa – che buona parte delle persone a bordo erano nel posto di riunione in attesa che qualcuno, un Babbo Natale, arrivasse a soccorrerli. Penso ai bambini disperati, alle mamme che li proteggevano, ai papà che cercavano di trovare una soluzione. Penso a mio papà morto bruciato dopo, sotto al ponte di comando, alla mia mamma che ha aspettato ore nel salone di riunione, mentre intorno il calore delle fiamme diventava intollerabile”. Chessa ricorda gli “anni di frustrazione” subiti dai familiari “da parte di una Giustizia che non è riuscita a dare una spiegazione alla strage e che non ha avuto la capacità, la forza e forse anche la volontà di andare oltre le conclusioni elementari dei tecnici d’ufficio, utili a chiudere il caso con la allucinante storia della nebbia e dell’alta velocità del traghetto”. Gli stessi parenti che attendono ancora che si possa “andare oltre logiche politiche, lobby, rapporti tra Stati, che abbia la forza di tutelare i cittadini del nostro Paese”. “Auguri amari e tristi – concludeva – con la sensazione ancora una volta di sentirci soli a combattere con logiche più grandi di noi”. 

E allora #IoSono141 azzera tutto e riparte da lì: lancia una nuova iniziativa di “pressione” sui parlamentari per chiedere un lavoro analitico su alcuni punti rimasti oscuri. Ognuno degli utenti del sito può copiarsi il testo della richiesta di Rispoli e Chessa per una commissione d’inchiesta e spedirlo per email a tutti i capigruppo.

Rispoli, associazione “140”: “Siamo stati sempre soli. Fin dalla visita di Cossiga…”
Loris Rispoli su quella nave ha perso la sorella. Liana aveva 29 anni e lavorava come commessa nella boutique di bordo. E Loris quasi non è stupito della risposta del ministro dopo che in questi oltre 20 anni la politica non ha mosso un dito, mai. “Guarda – dice – di recente grazie al film di Manfredi Lucibello (Centoquaranta, una strage dimenticata, ndr) ho riscoperto una dichiarazione di Cossiga che non avevo mai sentito. Dice tutto”.

Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga il 13 aprile visita il porto di Livorno: solo parte dei corpi senza vita dei 140 morti sono in fila in un capannone. I familiari delle vittime vengono ospitati in una sorta di “cittadella della solidarietà” al terminal passeggeri. Tensione e disperazione. Un signore, Angelo Saccaro, si avvicina al capo dello Stato, gli prende le mani, piange: “Presidente, io ho perso 9 persone. Lei non può lasciare che tutto questo resti impunito”. Cossiga sembra comprendere: “E’ in corso un’ inchiesta – dice sottovoce – Non durerà né 24 né 36 ore. Ma ho motivo di credere che la porterà, una spiegazione”. Il presidente della Repubblica parla pochissimo nell’ora – o poco meno – in cui si ferma a Livorno. Definisce la sciagura “un fatto largamente incomprensibile”, dichiara la propria impotenza: “Magari potessi davvero fare qualcosa”. E se si cercano nell’archivio dell’Ansa dichiarazioni dell’allora presidente del Consiglio, non se ne trova neanche una. D’altra parte al posto del capo del governo (Giulio Andreotti) e a nome dell’esecutivo aveva già parlato il ministro per la Marina Mercantile, il socialista Carlo Vizzini, che mezza giornata dopo la tragedia aveva già la risposta chiusa in una busta sigillata con la ceralacca: “Si è trattato di un errore umano”. Cossiga e Andreotti a distanza di anni hanno sempre risposto di non ricordare granché della tragedia: “Ci interessammo solo per il grande numero di morti” rispose ai pm il 7 volte presidente del Consiglio. Nel frattempo i governi italiani non hanno mai chiesto agli Stati Uniti di fare uno “sforzo” di collaborazione, visto che quella sera davanti al porto di Livorno fossero ancorate 5 navi militarizzate americane e nonostante a due passi dal porto di Livorno ci sia Camp Darby, cioè il più grande arsenale statunitense fuori dai confini nazionali.

“Questa è come la tragedia della ThyssenKrupp”
Ecco perché Rispoli non pare sorpreso dal comportamento della Cancellieri: “Siamo sempre stati soli, fin dall’inizio. Ma anche alla base, non solo ai vertici dello Stato. Dove sono stati per esempio i sindacati in questa storia?”. I sindacati: quella del Moby Prince, infatti, non è solo il più grave incidente della marineria italiana in tempo di pace.

E’ anche un enorme incidente sul lavoro. Oltre 80 delle 140 vittime stavano infatti lavorando a bordo del traghetto (dalla plancia di comando alla sala macchine, passando per i negozi) o erano in viaggio per tornare a casa o andare sul posto di lavoro. “Questa tragedia è esattamente come quella della ThyssenKrupp. E in quel caso a processo è finito anche il presidente”. Vincenzo Onorato (attuale presidente di Moby) all’epoca della sciagura era amministratore delegato. Ma la Procura di Livorno, nell’inchiesta bis (conclusa con l’archiviazione nel 2010), non ha trovato gli estremi per procedere come nel caso dello stabilimento di Torino, cioè per omicidio volontario, che sarebbe stata dopo quasi 23 anni l’unica ipotesi di reato non ancora prescritta, al contrario dell’omicidio colposo. “Una prospettazione analoga – scrissero i pm – avrebbe forse potuto farsi qualora si fosse parlato di incendio e morte non a bordo di un traghetto passeggeri, ma di una nave cisterna adibita al trasporto di sostanze altamente infiammabili (come una petroliera), con precedenti accertati quanto al verificarsi di incidenti di quel tipo e riscontrata reiterata carenza e/o manipolazione dei sistemi antincendio”. “In breve – commenta Francesco Sanna, autore del documentario Verità privata del Moby Prince, diventato poi site book – è come dire che chi mi fornisce la macchina a noleggio con l’airbag disabilitato per evitare che accidentalmente si apra in corrispondenza di un banale tamponamento, non accetta il mio rischio morte compiendo questa disattivazione di tale impianto di sicurezza, perché l’auto serviva per un viaggio di piacere, non per fare un rally”. Bisogna anche aggiungere, tuttavia, che nella vicenda della ThyssenKrupp, se in primo grado l’omicidio volontario è stato confermato, il reato è poi decaduto in appello dov’è stato derubricato – anche per il presidente Herald Espenhahn, condannato a 10 anni – a omicidio colposo.

“Poi scriveremo direttamente ai presidenti Boldrini e Grasso”
Ma se c’è una lezione da imparare dai familiari delle vittime del Moby Prince: a oltre vent’anni di distanza, continuamente schiaffeggiati da inchieste e processi inconcludenti e dalla politica che se n’è sbattuta dall’inizio alla fine, non si arrendono e insistono. Così Rispoli non si fermerà alle lettere spedite ai capigruppo di Camera e Senato: “Scriverò ai presidenti Laura Boldrini e Piero Grasso. Dobbiamo cercare in modo diverso una sponda politica per riaprire in qualche modo la questione. Perché per lungo tempo tempo abbiamo sostenuto le nostre tesi solo a voce, con le nostre convinzioni. Ora, invece, abbiamo anche degli elementi più concreti“.