La Cina ha distrutto più di sei milioni di tonnellate di avorio. Un buon segnale da parte delle autorità cinesi che segue quello lanciato a novembre scorso dagli Usa, che ne ha distrutto la stessa quantità. La Cina è il primo importatore di avorio nel mondo. In assenza di statistiche ufficiali, i dati della Wildlife Conservation Society parlano della presenza di altre 45 tonnellate, che si aggiungono a quelle distrutte. Sembrerebbe che l’ex Impero di Mezzo convogli il 70 per cento dell’avorio mondiale, un traffico illegale che si stima uccida cento elefanti al giorno, 350mila l’anno.

L’avorio costa caro al mercato nero, tra i mille e i duemila dollari al chilo, secondo le stime di John Scanlon, segretario generale della Cites, una convenzione internazionale sul traffico di flora e fauna in pericolo di estinzione. Una ricerca del 2011 dell’International Fund for Animal Welfare aveva rilevato 158 negozi che vendevano avorio nel territorio della Repubblica popolare. Di questi, 101 non avevano alcuna licenza. E il commercio di zanne di elefante sembra aumentare del dieci per cento ogni anno. Così finalmente le autorità cinesi hanno deciso di prendere la situazione di petto. La distruzione dell’avorio confiscato segna il primo passo di una politica che mira a porre un freno al commercio illegale delle zanne di elefante.

In pieno stile propagandistico-educativo la cerimonia che si è tenuta a Dongguan, una città della regione meridionale del Guangdong dove sculture e zanne grezze sono state ridotte in pezzi da macchinari giganteschi sotto la vigile testimonianza di autorità, diplomatici, giornalisti e ambientalisti. Gli ambientalisti di tutto il mondo hanno espresso soddisfazione, e hanno auspicato che eventi del genere siano sempre più diffusi abbiano sempre una tale risonanza mediatica. La Wildlife Conservation Society si è congratulata con un comunicato stampa con il governo cinese e Patrick Bergin, amministratore delegato dell’African Wildlife Foundation, ha descritto l’evento come “un passo importante e coraggioso della Cina che lascia comprendere l’urgenza dell’importanza della materia del traffico internazionale e del bracconaggio di elefanti nel mondo”.

La distruzione pubblica dell’avorio confiscato è una politica che è stata messa in atto già dagli Stati Uniti, dalle Filippine, dal Kenya e dal Gabon. Ma in Cina, che è il mercato più importante, per funzionare deve avere una risonanza maggiore. Bergin ha aggiunto che “il governo cinese deve essere lodato per aver preso la questione seriamente”. Non si sa però che ne sarà dell’avorio ormai ridotto in polvere. Secondo i media di Stato, una parte verrà esposto nei musei e il resto verrà conservato. Non è chiaro per farne cosa, ma risulterebbe un bottino ghiotto per la medicina tradizionale cinese.

di Cecilia Attanasio Ghezzi