Immaginate di passeggiare in un paese nato appena due anni fa. Strade nuove. Muri bianchi. Le luminarie di Natale ai balconi, molti cartelli “vendesi” appesi alle finestre, circa duecento abitanti che provano a popolarlo. Eppure tutto qui – di fatto – è abusivo: per essere perfetto gli manca un documento essenziale – la valutazione d’impatto ambientale – che il costruttore non ha mai presentato. Poi aggiungete un dettaglio: il “costruttore” è lo Stato. Siamo nella new town di Cavallerizzo: edificata grazie a un’ordinanza del governo, in regime d’emergenza, sotto l’egida della Protezione civile guidata, all’epoca, da Guido Bertolaso.

Il 7 marzo 2005 una frana devasta una parte di Cavallerizzo – frazione di Cerzeto, provincia di Cosenza – e in molti perdono l’abitazione. La Protezione civile spinge per la delocalizzazione: gli abitanti – non tutti, come vedremo – accettano di permutare i vecchi appartamenti in cambio dei nuovi. Partono i cantieri ed esattamente due anni fa – era il dicembre 2011 – i cittadini della nuova Cavallerizzo traslocano nei nuovi alloggi. Due anni dopo una sentenza del Consiglio di Stato accerta: manca la valutazione d’impatto ambientale. Cade così tutto l’impianto amministrativo che ha portato alla costruzione. Una demolizione documentale.

“Che ci provino, a mandarmi via” dice Luigi, proprietario dell’unica pizzeria all’ingresso del paese. “Se non mi risarciscono, non me ne vado, devono passare sul mio cadavere. E se lascio questa casa lascio anche l’Italia”. Al bar di Lucio Tudda, mentre sotto il gazebo quattro anziani giocano a carte, arriva un consigliere comunale: “Questo – dice Graziano Golemme – non è un paese abusivo: manca soltanto la ‘via’”. Non è un dettaglio. “Il punto – conclude – è che da un lato è assurdo chiederci di lasciare queste case, dall’altro, dopo la sentenza del Consiglio di Stato, è assurdo chiederci di restare”.

E infatti la situazione è paradossale. Tutto nasce da un ricorso dell’associazione Cavallerizzo Vive che, contestando la nascita della new town, ha portato dinanzi al tribunale amministrativo l’intero iter della costruzione. La legge – entrata in vigore pochi giorni prima che venisse approvata l’edificazione – imponeva la presentazione di una valutazione d’impatto ambientale. Ma quel documento manca. “Quindi – conclude Antonio Madotto dell’associazione Cavallerizzo Vive – la new town non ha titolo di esistere: è stato annullato il verbale della conferenza dei servizi, che approvò il progetto definitivo, quindi anche gli altri atti non hanno più alcuna efficacia. Pertanto è un paese abusivo”.

Abbiamo provato inutilmente a contattare il sindaco, Giuseppe Rizzo, che non ha mai risposto al telefono né ai nostri messaggi. L’assessore comunale alla Ricostruzione, Giuseppe Giunta, invece ci ha risposto così: “Un paese abusivo? Ma no, è ridicolo, ricorreremo al grado superiore di giudizio”. Non c’è un grado superiore: è una sentenza definitiva. “Be’, cercheremo di sanare la situazione”. E se non si può sanare? “Allora non so”. Ripercussioni sugli abitanti? “Non credo. Comunque senta, secondo me, il rimedio lo deve trovare la Protezione Civile”. Il punto, però, è che la sentenza affida l’esecuzione “immediata” all’“autorità amministrativa”, quindi al Comune che, com’è ovvio, ora è in forte imbarazzo.

Intanto, nella nuova Cavallerizzo, c’è chi è contento della nuova abitazione – come Lucio, il proprietario del bar – e chi invece reagisce così: “Qui si dice sempre che dobbiamo ringraziare – spiega la signora Immacolata – ma io non sento di ringraziare nessuno. Guardi un po’: ha mai visto degli infissi di legno, in una casa di montagna? Li ho dovuti rifare. Le scale sono così strette che il frigorifero me l’hanno consegnato dal terrazzo. La zona giorno, con la cucina, è al piano superiore. La zona notte invece è giù. Gli anziani – e qui ce ne sono parecchi – per andare in cucina devono salire quaranta scalini ogni volta: mentre nel resto del Paese tolgono le barriere architettoniche, qui le hanno messe direttamente dentro le case, le pare normale? Non ci sono le grondaie: l’acqua scivola direttamente sui muri. E i muri sono così alti che il riscaldamento non basta mai: ma l’avevano capito che questo è un paese di montagna? Io non ringrazio nessuno. Anche perché la mia casa, nella vecchia Cavallerizzo, dal giorno della frana, è intatta: non s’è mossa di un millimetro. E ora ci dicono pure che manca la valutazione d’impatto ambientale”.

La comunità del paese è ormai spaccata: da un lato chi ha rifiutato la nuova casa, come gli associati di Cavallerizzo Vive, dall’altro chi è contento del nuovo paese. La sentenza del Consiglio di Stato ha ulteriormente accentuato le divisioni. “Siamo soddisfatti – dice Madotto – perché questa sentenza, grazie ai nostri avvocati Riccardo Tagliaferri e Alberto Caretti, ci offre la possibilità di tentare il recupero del nostro borgo: l’85 per cento di Cavallerizzo è integro e perfettamente agibile”. Se davvero l’85 per cento sia agibile, dovranno stabilirlo i geologi, per il momento resta chiaro un paradosso: 30 famiglie hanno rifiutato un nuovo alloggio e, nel frattempo, non possono accedere al vecchio, perché il paese franato è dichiarato inagibile. Altre 250 persone hanno permutato le vecchie case con quelle nuove che, però, non sono in regola.

Nel frattempo il signor Giuseppe Lento aspetta che qualcuno adempia a un vecchio impegno: “Sono un falegname e lo Stato s’era impegnato trasportare i miei macchinari nei nuovi capannoni”. Il capannone è nella new town mentre i macchinari sono ancora nella vecchia Cavallerizzo. “E io così non posso lavorare”. In fondo tutto, in questo paese, è un po’ qui e un po’ lì. Tranne Liliana Bianco che, dal giorno della frana, non ha mai voluto abbandonare il suo appartamento. Lei è sempre lì. Anziana e combattiva. Abita sola in un paese fantasma. Le hanno tolto la luce ma non demorde: vive con un generatore di corrente. Quando cala la sera, le fanno compagnia solo quattro gatti e un pastore abruzzese bianco, che di nome fa Nebbia. “Da qui non me ne vado” dice Liliana, quando la salutiamo e ci regala un cioccolatino: “Lo mangi lungo il viaggio”. La vecchia Cavallerizzo sprofonda nel buio. Di qua un paese fantasma. Di là uno “abusivo”.

da Il Fatto Quotidiano del 31 dicembre 2013