Dal 26 dicembre l’acqua potabile italiana dovrà contenere meno piombo. Entrano infatti in vigore i nuovi limiti previsti dal decreto legislativo 31 del 2001, che riduce di oltre la metà la quantità ammessa, da 25 a 10 microgrammi per litro. Un limite che in realtà era già stato previsto da una direttiva europea del 1998, ma che in Italia non è stato possibile rendere efficace da subito. Si è così disposta una fase di transizione, per consentire un adeguamento graduale per tutti gli edifici, pubblici e privati, da parte di Regioni, Asl e gestori degli acquedotti.

Il piombo infatti è un metallo tossico. Può causare disturbi neurologici e del comportamento, malattie cardiovascolari e, secondo il recente allarme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche ritardi nello sviluppo neurologico dei bambini. Senza dimenticare problemi ai reni, ipertensione, ridotta fertilità, aborti, ritardo nella maturazione sessuale e alterato sviluppo dentale. Tuttavia, al momento, non è possibile conoscere la situazione degli edifici italiani, perché non esistono dei dati aggiornati e precisi sugli edifici. “E’ piuttosto complicato da capire – ammette Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – La presenza di piombo è legata alle tubature vecchie, fatte in piombo. Non è stato possibile adeguarsi da subito ai limiti imposti dall’Europa perché sarebbero stati troppi i soldi da spendere per mettersi in regola, così si è deciso per una fase di transizione, in modo da consentire un passaggio graduale. Da quel che sappiamo ci sono degli edifici fuori norma, ma si tratta di situazioni locali abbastanza limitate. In molti casi sono stati fatti lavori di adeguamento nelle strutture pubbliche”.

Anche l’Istituto superiore di sanità ha da poco pubblicato sul sito una “Nota informativa in merito alla potenziale contaminazione da piombo in acque destinate a consumo umano”, ma neanche questa presenta dati aggiornati. Sugli edifici ad uso privato, spiega l’Iss, “i dati di alcune Regioni evidenziano sporadiche criticità in vecchie costruzioni”, e si cita il caso della Toscana, e in particolare di Firenze, dove si stima che circa il 30 per cento degli edifici sia a rischio, e dove è stato rilevato un superamento del valore di 10 microgrammi su circa il 5 per cento di campioni analizzati. A livello nazionale, gli ultimi dati sono piuttosto vecchi e risalgono ad un progetto di ricerca supportato dal ministero della Salute e condotto dall’Iss tra il 2002 e 2004 in 21 città di 15 regioni ed una provincia autonoma. Su circa 6mila prelievi in 3.800 utenze, di cui circa il 60 per cento in abitazioni private, sono state evidenziate concentrazioni di piombo al rubinetto con valori superiori alla norma in circa il 2-4 per cento dei controlli, soprattutto negli edifici costruiti prima degli anni Sessanta. Il vero rischio è legato quindi alle tubature nei vecchi palazzi. In caso di edificio pubblico, invece, la Asl può intervenire per obbligare ad un intervento, anche se non è chiaro quali possano essere le eventuali sanzioni. I controlli a monte, nel percorso dagli acquedotti fino agli edifici, non hanno registrato problemi. Il problema quindi è per i privati.

Generalmente, rassicura l’Iss, le acque fornite dal gestore del servizio idrico contengono livelli di piombo significativamente inferiori ai 10 microgrammi, anche se concentrazioni superiori possono essere riscontrate al punto d’utenza in edifici con tubature, rubinetteria o altre componenti o saldature in piombo o stagno, per via della corrosione dei materiali con conseguente rilascio del metallo nell’acqua. I centri o i quartieri storici sono le aree più a rischio.

“Non sappiamo se ci sono delle situazioni di rischio – spiega Loredana Musumeci, direttore del Dipartimento ambiente e connessa prevenzione primaria dell’Iss – Quello che possiamo dire è che un problema generale non c’è. L’indicazione che diamo ai condomini è di fare controllare l’acqua del loro edificio a laboratori specializzati, anche perché non ci sono dei segnali visibili a occhio nudo della presenza di piombo”. L’unico dato sicuro al momento è che, ancora una volta, dovranno essere i singoli cittadini a preoccuparsi e pagare per l’eventuale messa a norma delle tubature delle abitazioni.