Scegliersi i sindacalisti con cui trattare è il sogno di qualsiasi padrone. Una cosa del genere sta succedendo all’Unicredit, una delle più grandi banche d’Europa con 40 milioni di clienti e filiali e sportelli in oltre 20 paesi. È una delle storie più opache del sindacalismo nazionale e comincia un anno fa con un accordo siglato da tutte le organizzazioni, dalla Cgil a quelle autonome. L’obiettivo dell’intesa era la riduzione del costo del lavoro. Non in maniera virtuosa, però, semplicemente spedendo a casa 600 anziani con il sistema del prepensionamento “volontario”. Al posto di questi lavoratori ritenuti troppo costosi, i sindacalisti-dipendenti Unicredit firmatari dell’accordo permisero alla banca di assumere 500 apprendisti con un contratto di 4 anni, un costo contributivo minimo e una paga smilza di appena un migliaio di euro al mese. Quando poi si trattò di stilare le liste di chi mandar via, quei sindacalisti-dipendenti furono graziati e trattenuti in azienda nonostante avessero già maturato una contribuzione elevata e quindi proprio in forza dell’accordo da loro stessi sottoscritto avrebbero dovuto andarsene. Comprensivi, i dirigenti di Unicredit gli permisero di restare fino a dicembre 2015, se volevano.

I fortunti sindacalisti trattati con i guanti bianchi sono Domenico Errico del Sinfub (Sindacato autonomo del credito) e Mauro Morelli della Fabi (Federazione autonoma bancari). A cui ne sono stati poi aggiunti altri due: i sessantaduenni Costantino Scifoni e Edgardo Maria Iozia della Uilca, settore credito Uil.

Al Fatto i dirigenti della banca spiegano che l’azienda non voleva in alcun modo repentinamente privarsi della professionalità di questi sindacalisti-dipendenti, ritenuti indispensabili “al fine di salvaguardare la funzionalità di strutture operative ed organizzative strategiche” in quanto inseriti in “posizioni con contenuti specialistici e commerciali di particolare rilevanza”. Anche se tutti sanno che è una finzione, perché usufruendo di un distacco sindacale, cioè essendo sindacalisti a tempo pieno, non dedicano nemmeno un minuto al lavoro in banca. Nel frattempo 33 dipendenti sono stati pure licenziati, 25 di Unicredit e 8 di Ubis, una società consortile collegata. Tutti colpevoli, dal punto di vista della banca, di non aver voluto aderire al prepensionamento volontario. I 33 irriducibili ritenevano che di volontario in quell’operazione c’era niente, trattandosi di un’imposizione, anche se benedetta da un accordo sindacale. Una soperchieria con incorporata fregatura. L’accordo prevedeva uno scivolo (incentivo all’esodo) molto più basso di quello previsto dal contratto sotto forma di indennità sostitutiva del preavviso di licenziamento , per di più con la prospettiva del licenziamento in tronco (senza preavviso, tipo punizione) per chi non avesse “spontaneamente” aderito. Tra i criteri stabiliti per la preparazione delle liste dei prepensionati fu introdotto quello che alcuni fortunati (a conti fatti meno di una trentina) potevano restare al loro posto perché insostituibili.

Tra gli eletti furono inseriti i 4 sindacalisti. Un rappresentante della Cgil Unicredit di Roma, Sergio Fortunati, si è allora rivolto alla banca con domande semplici: “Sono sindacalista anch’io come i 4 colleghi trattenuti in servizio. Perché loro sì e io no? Perché mi avete licenziato?”. A quel punto è venuta fuori una verità sconcertante. Unicredit ha risposto in sostanza che i 4 sono stati salvati perché utili all’azienda proprio in quanto rappresentanti sindacali e per di più con i santi in paradiso, cioè i segretari nazionali intervenuti in loro soccorso. E volentieri subito accontentati. In una nota la banca ha intessuto le lodi dei coccolati dipendenti-sindacalisti definendoli “interlocutori autorevoli e competenti nei rispettivi ruoli e nelle rispettive sigle sindacali, pertanto strategici”. La Cgil ha preso le distanze da questo sorprendente e sbandierato innamoramento aziendal-sindacale. Il segretario dei bancari, Agostino Megale, sollecitato dal segretario di Roma, Claudio Vittori, ha scritto una lettera in cui precisa che la Cgil “non ha inteso richiedere la salvaguardia di alcun proprio dirigente sindacale” ricordando che i “licenziamenti senza preavviso non sono legittimi”. I 33 licenziati di Unicredit hanno portato la banca in tribunale.

Da Il Fatto Quotidiano dell’11 dicembre 2013