La prescrizione salva Franzo Grande Stevens e Gian Luigi Gabetti. I due ex grandi vecchi degli esordi di John Elkann alla presidenza del gruppo Agnelli, in veste rispettivamente di legale della famiglia e di ex presidente dell’allora cassaforte Ifil, erano stati condannati dalla Corte d’appello di Torino a un anno e quattro mesi di reclusione e 600mila euro di multa: i giudici li avevano riconosciuti colpevoli del reato di aggiotaggio informativo nell’ambito del processo Ifil-Exor. Al centro della vicenda giudiziaria, l’operazione di equity swap che nel 2005 permise alla finanziaria degli Agnelli di mantenere il controllo su Fiat invece di cedere il passo alle banche creditrici per 3 miliardi di euro. Ma la prima sezione penale della Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza “per intervenuta prescrizione del reato”. 

I giudici della suprema corte hanno hanno così accolto la richiesta di Franco Coppi, legale di Gabetti: la prescrizione era già maturata lo scorso febbraio. Respinta invece l’istanza del pg Pietro Gaeta, che aveva chiesto di confermare la condanna d’Appello perché “non propone argomenti frutto di errate considerazioni e il lavoro svolto dai giudici del rinvio non si è limitato ad una verifica empirica”.

Non è la prima volta che la vicenda Ifil-Exor approda alla suprema corte. Il 20 giugno 2012, gli ermellini avevano annullato l’assoluzione di Gabetti e Grande Stevens. In seguito a quella decisione, il 21 febbraio 2013 la Corte d’appello di Torino, nel secondo giudizio di Appello, condannò i due imputati ribaltando l’assoluzione di primo grado. L’appello bis escluse, però, il diritto al risarcimento in favore della Consob e di due piccoli azionisti che hanno fatto ricorso in Cassazione, così come i legali dei due imputati.

Al centro della complessa vicenda giudiziaria, l’operazione di equity swap che nel settembre 2005 consentì alla finanziaria della famiglia Agnelli di mantenere il controllo della Fiat. L’imputazione di aggiotaggio informativo si riferisce ad un comunicato pubblicato il 24 agosto 2005, nel quale la cassaforte degli Agnelli sosteneva di non essere a conoscenza dei motivi dell’inspiegabile boom del titolo Fiat in quel momento oggetto di corposi acquisti da parte di Merrill Lynch che poi rivendette il pacchetto rilevato alla controllata di Ifil, la Exor di Vaduz (da cui ha preso il nome l’attuale Ifil), attraverso un contratto di equity swap. Ifil, invece, sosteneva di non aver allo studio iniziative sul titolo della casa automobilistica. In questa maniera quindi, secondo l’accusa, gli imputati hanno manipolato il mercato ingannando gli azionisti e l’autorità di controllo, la Consob.