E’ legge la norma che mette la parola fine a ogni tipo di distinzione e discriminazione tra figli naturali e legittimi: dopo il primo via libera del Consiglio dei ministri a luglio, il decreto legislativo ha avuto il parere favorevole delle commissioni parlamentari competenti ed è stato approvato definitivamente dal Cdm. Ora, dal punto di vista formale mancano solo la firma del Capo dello Stato e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Il provvedimento “modifica la normativa al fine di eliminare ogni residua discriminazione rimasta nel nostro ordinamento tra i figli nati nel e fuori dal matrimonio”, afferma una nota, “in modo da garantire la completa eguaglianza giuridica degli stessi e togliere dal codice civile qualunque aggettivazione alla parola figli: da adesso in poi saranno tutti figli e basta”.

“E’ un grandissimo fatto di civiltà”, aveva dichiarato il premier Enrico Letta lo scorso luglio, presentando il decreto. “Abbiamo inviato al Parlamento un decreto in materia filiazione”, aveva aggiunto, sottolineando che “è molto importante, scompare dal codice civile la distinzione tra figli di serie A e B, si è figli e basta”. Finisce quindi una “distinzione che nella storia del Paese ha accompagnato drammi umani veri e propri, una ulteriore regola di civiltà molto, molto importante”.

I cambiamenti introdotti sono di grande importanza e di grande impatto per la vita di tante persone e per i loro diritti. “La riforma è una di quelle che si commenta da sé, non servono molte parole: ora tutti i figli sono uguali e sul piano del diritto quel che spetta all’uno spetta anche all’altro”, aggiunge il professor Cesare Massimo Bianca, che ha presieduto la Commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri a cui si deve l’elaborazione del provvedimento.

Tante le novità introdotte. Sparisce, come detto, dal codice civile l’aggettivo “naturale” o “legittimo” aggiunto alla parola figli, resta solo quest’ultimo vocabolo e vale quindi il criterio di unicità. Criterio che viene esteso anche ai minori adottati. Si passa dalla “potestà” alla “responsabilità” genitoriale, concetto più ampio e profondo, che guarda all’interesse del minore. Viene stabilito che la filiazione fuori dal matrimonio produce effetti successori nei confronti di tutti i parenti e non solo dei genitori.

I termini per chiedere il disconoscimento di paternità scendono a 5 anni anni dalla nascita. Viene introdotto il diritto degli ascendenti – nonni, zii – di mantenere “rapporti significativi” con i nipoti minorenni, ferma restando la “valutazione delle istanze alla luce del superiore interesse del minore”. E si prevede anche il diritto dei minori di essere ascoltati nei procedimenti che li riguardano, se capaci di discernimento. Il decreto porta, inoltre, a 10 anni il termine di prescrizione per l’accettazione dell’eredità per i figli nati fuori dal matrimonio. Quanto alla nozione di abbandono, si prevede infine che i tribunali dei minori segnalino ai Comuni le situazioni di indigenza dei nuclei familiari. Modificata anche la materia della successione con la soppressione del “diritto di commutazione” in capo ai figli legittimi fino ad oggi previsto per l’eredità dei figli naturali.