Cravatta slentata alla Justin Bieber, profilo in evidenza, Matteo Renzi consegna alla copertina di Vanity Fair una delle ultime immagini da regalare al popolo dei fan prossimi venturi prima delle primarie. “Mi immagino un futuro in politica? No, mi piacerebbe fare il professore, magari all’università. O il conduttore tv”. A giudicare dalle performance offerte in questi anni, il “giovane” sindaco di Firenze potrebbe avere le carte in regola per sfondare in entrambe le professioni, inventandosi un modello di insegnamento “motivazionale” all’americana o ruminando format su format. Il futuro per ora è una pagina bianca. Il passato, invece, può vantare milioni di pagine scritte su di lui, ma anche da lui. La partecipazione col giubbetto da Fonzie ad Amici, la copertina di Chi con le nonne. E poi la foto con Mandela postata su Facebook un attimo dopo la sua morte. I titoli dei suoi libri sono estratti perfetti della costruzione di un’immagine e di una carriera politica in divenire. Ma le giubbe rosse non uccisero Aldo Moro. La politica spiegata a mio fratello (scritto con Lapo Pi-stelli nel 2005), Tra De Gasperi e gli U2. I trentenni e il futuro (2006), A viso aperto (2008), Fuori (2011), Stilnovo (2012), Oltre la rottamazione (2013).

I grandi giochi del capo scout
Matteo Renzi nasce l’11 gennaio 1975 a Firenze, secondo dei quattro figli di Laura Bovoli e Tiziano Renzi, ex consigliere comunale della Dc a Rignano sull’Arno. Tiziano è tuttora segretario del circolo Pd di Rignano. E la racconta così: “Mi rendo conto che a volte con la mia attività politica per lui sono ingombrante, però anch’io devo poter continuare a fare il mio, no?”. Restio a indulgere nei racconti: “Com’era Matteo da piccolo? Gli piaceva giocare a pallone e non gli piaceva perdere. Anche se poi con Bersani ha perso”.

Renzi entra al Liceo classico Dante di Firenze nel 1988. Lì come rappresentante studentesco ha la prima e – fino alle primarie dell’anno scorso – unica sconfitta della sua vita. La lista capeggiata da Leonardo Bieber “Carpe Diem” supera la sua “Al buio meglio accendere una luce che maledire l’oscurità”.

Dopo il diploma nel 1993 comincia a lavorare alla Chil, l’azienda di famiglia che si occupa di marketing e giornali. Ne diventa dirigente il 27 ottobre 2003: appena 11 giorni dopo diventa presidente della Provincia. Così, avendo un contratto privato, si garantisce il versamento dei contributi pensionistici da parte dell’ente che presiede. Del 1994 la prima apparizione tv. Va alla Ruota della Fortuna di Mike Bongiorno. Cinque puntate, 48 milioni in gettoni d’oro. Alto, allampanato, occhialoni, aria da secchione. È subito fama. Dice di lui Mike: ”È un campione, non sbaglia”.

Matteo da piccolo fa soprattutto lo scout. Nel 1995 partecipa a un campo di formazione per capi clan, la fascia più adulta dell’organizzazione. “Dopo due giorni mi era chiaro che aveva una marcia in più”, racconta l’avvocato Roberto Cociancich che quel campo lo conduceva, arrivato ora in Senato con Matteo. La scalata è rapida, anche nell’Agesci. Nel ’97 dà una mano a organizzare un grande evento in Francia, che coinvolge 5000 giovani. Non si fa mancare la stesura di un documento: “Manifesto dei giovani per il futuro”. Nel 2000 dirige il giornalino dell’Agesci, Camminiamo insieme. “Matteo era un capo bravissimo, si divertiva, era abilissimo a coinvolgere i ragazzi con lo stile del gioco. E poi, magari, durante una partita di pallacanestro combattutissima lo sentivi dire ‘attenti alla lealtà’”, racconta Cociancich.

La scalata a Firenze
È l’unico politico che ammette di essere ambizioso. Io e Matteo ci dicevamo già allora ‘non diremo mai che facciamo politica per spirito di servizio’, perché è un modo ipocrita di presentarsi. L’ambizione per te stesso, per il tuo paese serve”. Cociancich è di quelli che ancora oggi crede non solo nelle capacità di Renzi, ma anche nelle sue motivazioni ideali. D’altra parte, quelli che lo sostengono in maniera quasi fideistica sono altrettanti di quelli pronti a giurare che sotto il vestito non c’è niente. Renzi è soprattutto un abile politico, uno che ha cominciato prestissimo, con una carriera fulminante da portaborse a segretario. Nel 1996 è animatore dei Comitati Prodi nel Valdarno e si iscrive al Partito popolare. Nel ’99 diventa segretario provinciale, ottenendo il 70% grazie ai demitiani (Giuseppe Matulli, ex sottosegretario all’Istruzione , in testa). Sempre nel ‘99 si laurea in Giurisprudenza con tesi su Giorgio La Pira, sindaco di Firenze e padre costituente, la cui foto campeggia oggi dietro la sua scrivania a Palazzo Vecchio. Assistente parlamentare di Pistelli (ora al governo con Letta, uno dei padri che “mangerà” battendolo alle primarie), sposa Agnese, conosciuta all’epoca degli scout, dalla quale ha tre figli. Nel 2001 diventa coordinatore della Margherita a Firenze, benedetto da Rutelli. Nel 2002 è segretario provinciale, nel 2004 diventa presidente della Provincia di Firenze. Il suo capo segreteria è Marco Carrai, l’“uomo nero”, il suo “Gianni Letta” (copyright David Allegranti MatteoRenzi.Il rottamatore del Pd, Vallecchi). Eletto consigliere con preferenze assicurate da Comunione e liberazione e dalla Compagnia delle Opere che in Toscana è presieduta da Paolo Carrai e da Leonardo Carrai, alla guida del Banco alimentare. Sono i cugini di Marco. È Carrai che cura i rapporti con la grande finanza, a cominciare da Davide Serra. È lui che gestisce le operazioni più discutibili. Matteo lo piazzerà via via nei posti che contano: Ad di Firenze Parcheggi, nel Cda dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e del Gabinetto Vieusseux, presidente di Aeroporti Firenze (Duccio Tronci in Chi comanda Firenze, Castelvecchi).

Rottamazioni
L’exploit è del 2009. Partecipa alle primarie per sindaco nonostante i veti del suo partito, il Pd (che ovviamente si presenta diviso), e le vince. Raccontano Simona Poli e Massimo Vanni (autori dell’ultima biografia, Il seduttore, Matteo Renzi e la sinistra rosè, Barbera editore), che in quell’occasione ricorda Meme Auzzi, sindaco di Incisa, diessino, morto nel 2006 avversario in pubblico, ma amico in privato: “Meme non mi avrebbe mai permesso di farle, lo sapeva che vincevo io”. Auzzi è nell’ultimo Pantheon del sindaco, quello annunciato nel dibattito Sky. Da vincitore delle primarie, Renzi sfida il portiere Galli alle elezioni. Vince e diventa sindaco di Firenze. Uno slogan: “O cambio Firenze o cambio mestiere e torno a lavorare”. Prima operazione, la pedonalizzazione di Piazza del Duomo, fatta in barba a veti, procedure e resistenze. Da sindaco, piazza ovunque fedelissimi. Tra gli assessori comunali c’è Lucia De Siervo, sorella di Luigi, tra i suoi uomini più fedeli e figlia di Ugo, ex presidente della Corte costituzionale. Il marito Filippo Vannoni, invece, lavora alla Servizi alla strada spa. Filippo Bonaccorsi diventa presidente dell’Ataf, Jacopo Mazzei diventa presidente Ente Cassa di risparmio per volere di Carrai. Paolo Fresco, ex presidente Fiat, vicepresidente del Maggio Musicale Fiorentino. Non sdegna i consueti canali politici. L’ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, ha presentato le ricevute di un versamento da 70 mila euro a suo favore di Renzi. Prima di essere portato a Rebibbia, spiega che il sindaco fiorentino per le primarie “aveva chiesto 100, 120 mila euro e dovevano essere versati in tre tranche distinte, ma dopo la prima Rutelli fermò il tutto dicendomi di non versargli altro”. Renzi ha smentito, è in corso il processo a Roma. Il lavoro lo ha invece finito la Corte dei Conti che ha scandagliato i conti della Provincia negli anni in cui era presieduta da Renzi e nell’estate del 2011 ha condannato in primo grado il sindaco toscano. La procura contabile aveva contestato alla ex giunta provinciale, quindi il presidente Renzi e i suoi assessori, un danno erariale di 2 milioni e 155 mila euro per quattro assunzioni effettuate senza seguire l’iter previsto. Il sindaco bollò la ricostruzione della Corte “fantasiosa e originale”. La vicenda si è conclusa con una condanna ridotta in fase di giudizio a 14 mila euro. Ma sui conti della Provincia c’è un’altra inchiesta aperta sempre dalla Corte dei Conti insieme alla Guardia di Finanza su incarico del ministero del Tesoro in merito a 20 milioni spesi nel periodo compreso tra il 2004 e il 2009. Viaggi, aragoste, spese varie. Ma anche sponsorizzazioni particolari, tipo quella del 2005: Renzi stanzia 100 mila euro per fare “il compleanno alla Pimpa”. Il fumetto. A proposito di scivoloni, il 6 dicembre 2010 va a pranzo ad Arcore. Il popolo Pd insorge. Lui rivendica: “L’ho fatto per Firenze. Se il premier mi chiama, ci vado tutti i giorni”.

Renzi è sindaco solo da un anno quando comincia la scalata nazionale. A suon di eventi mutuati dal modello scout, promesse di cambiamento, slogan. E format di tipo televisivo. È un format la campagna per le primarie 2012: un’ora con video, slide e battute. Quanto di più lontano da un comizio. È un format la Leopolda. Un grande spettacolo, a sfondo partecipativo (5 minuti per ciascuno ), video, colonna sonora assordante, vissuti in parallelo su Facebook e Twitter, fedele all’immagine che vuole Renzi tutt’uno col suo smartphone, pronto a digitare, annunciare, rispondere. La prima edizione è del 2010, l’ultima di un mese e mezzo fa. La “prima volta” accanto a Matteo c’è Civati. Negli anni, il parterre si allarga, ma i sostenitori appaiono e scompaiono. Passano il giuslavorista Pietro Ichino e Sergio Chiamparino, Luigi Zingales e il responsabile Mtv, Antonio Campo Dall’Orto. Ritornano Alessandro Baricco, Oscar Farinetti, l’inventore di Eataly, e David Serra, numero uno dell’Hedge Fund italiano più famoso d’Europa. Giorgio Gori da protagonista diventa comparsa. D’altra parte collaboratori fraterni appaiono e scompaiono. E Gori è solo uno dei tanti a essere avvicinati e triturati, sedotti e abbandonati: in principio fu Pistelli poi Civati. E Giuliano da Empoli e tantissimi “retrocessi” da vicinissimi a simpatizzanti. Sono tre quelli che resistono a ogni bufera: Marco Agnoletti, portavoce, Luca Lotti, con lui in Comune, ora avamposto in Parlamento e al partito, Maria Elena Boschi, avvocato, la “giaguara” dell’ultima Leopolda.

Finanza & relazioni pericolose
L’appoggio di Serra non passa inosservato. Durante le scorse primarie Bersani attacca frontalmente: “Chi paga le tasse in Gran Bretagna deve votare per Cameron”. Serra più che il voto ci mette il money. L’Ente Cassa di Risparmio di Firenze decide a fine settembre di investire 10 milioni di euro nei CoCo bond di Algebris. Due settimane dopo insieme all’allora renziano Giorgio Gori, Serra organizza una cena di finanziamento a Milano e riesce a coinvolgere portafogli interessanti: il numero uno di Deutsche Bank Italia, Flavio Valeri, il presidente di Lazard e Allianz Italia, Carlo Salvatori, l’ex dg di Bpm, Enzo Chiesa, Andrea Soro di Royal Bank of Scotland e l’amministratore delegato di Amplifon, Franco Moscetti. Da Firenze arriva il finanziere, Francesco Micheli. Per partecipare si pagano in anticipo 5.000 mila euro, minimo. Il banchiere d’affari Guido Roberto Vitale commenta uscendo: “Renzi è bravo, parla come una persona di sinistra che non demonizza il capitalismo e non ha letto Marx, fortunatamente”.

Il sapore della sconfitta
Dopo una campagna elettorale combattutissima, tra colpi d’ala e colpi bassi, alle 20:20 del 2 dicembre Renzi scrive il tweet della sconfitta: “Era giusto provarci, è stato bello farlo insieme”. Finita. Quando arriva al quartier generale allestito per l’occasione, il teatrino lorenese alla Fortezza da Basso, ha gli occhi lucidi. Fa un discorso che per i maligni è il suo migliore. “Non sono riuscito a scrollarmi di dosso l’immagine di ragazzetto ambizioso”. A primarie perse, comincia la fase più confusa. “Non fuggo col pallone”, dichiara lui. E però scalpita, alla ricerca di una collocazione.

Palazzo Chigi si allontana. Al fianco di Bersani all’Obihall di Firenze, durante la campagna elettorale. L’“assassinio” politico in diretta tv di Finocchiaro e Marini come candidati al Quirinale. Il commento a caldissimo dopo il fallimento della votazione per Prodi: “È evidente che la sua candidatura è tramontata”. Che gli vale l’accusa di principale indiziato di tradimento. E lui, lì a telefonare a tutti, giornalisti compresi: “Ma che ho detto? Me l’hanno chiesto e io ho solo risposto la cosa più ovvia. Non scherzate, no!”. Poi, la candidatura a premier durata solo un giorno. In Oltre la rottamazione racconta: è stato Berlusconi a dire che “preferisce Amato o Letta”. Tutto sempre sulla ribalta mediatica. Per le larghe intese, contro le larghe intese, per il voto subito, per la governabilità. Dice tutto e il contrario di tutto. Alla festa nazionale di Genova lancia la sua candidatura alla segreteria, più sull’onda della necessità politica che dell’entusiasmo (“C’è solo una cosa da fare adesso, e Matteo deve farla”, commentano quelli dei suoi che lo spingono). Tra maggio e giugno, Palazzo Vecchio è coinvolto in un’inchiesta sulle escort. Il Giornale e Libero sparano su Renzi “come Silvio”. Il sindaco è appena sfiorato. La vicenda riguarda un dirigente sorpreso con una escort nell’ufficio del Comune. L’indagine è aperta, Renzi non è coinvolto. Il resto è cronaca. Con l’assalto finale al Nazareno, e gli avvertimenti a Napolitano e Letta: “Se vinco, cambia tutto. E se lo dico prima, sono legittimato a farlo”. Con l’ultima settimana in giro a chiedere il voto a tappeto. Chi lo conosce da sempre, “Matteo” lo racconta come un misto di istinto e calcolo, uno che ha sempre la battuta pronta, che fiuta la strategia più che pensarla. Uno che parla con tutti e decide da solo. “Prima ti deridono, poi ti combattono, poi vinci”. Firmato Mahatma Gandhi, era scritto sui muri dell’ultima Leopolda. Perché “questa è la volta buona”. E assomiglia tanto a un “Rischiatutto”: o vince (bene) o perde tutto.

Di Wanda Marra e Davide Vecchi, da Il Fatto Quotidiano dell’8 dicembre 2013