Quaranta ore di lavoro a settimana con rimborso spese. Lo stage lo offre un negozio di articoli per la casa nel centro di Bologna. Sei mesi di contratto, poi si valuterà. Ma non solo. Chi si affaccia sul mondo del lavoro, con o senza laurea, di speranze ne ha poche. E a raccontarlo sono i tanti annunci che si trovano tra siti internet e agenzie. Uno stage per diventare commesso in un minimarket, in una tabaccheria o in un negozio di abbigliamento. Ma anche per vendere giocattoli, lavorare come cassiere, cameriere o venditore telefonico. La vasta gamma dei mestieri che contemplano un inserimento lavorativo tramite stage, o tirocinio “formativo e di orientamento”, è sempre più ampia, e copre qualsiasi professionalità. Anche la più inaspettata. Perché se lo scorso gennaio la Conferenza Stato – Regioni ha di fatto eliminato la possibilità di assumere stagisti a costo zero, introducendo un compenso minimo garantito che varia da regione a regione, in Emilia Romagna, ad esempio è di 450 euro mensili, pagare un tirocinante costa poco. In media meno della metà rispetto a quanto si spenderebbe per assumere un lavoratore a tempo determinato. E la formula piace, tanto che sono sempre più frequenti le offerte di lavoro che prevedono questa modalità di inserimento, a prescindere dall’orario lavorativo o dalla mansione ricercata.

Ad Anzola Emilia, ad esempio, il Toys Center, catena di negozi specializzata nella vendita di giocattoli, cerca stagisti da impiegare come commessi, remunerandoli attraverso un rimborso spese di 600 euro mensili a fronte di un’orario lavorativo uguale a quello dei colleghi assunti, 40 ore settimanali. Stesso discorso a Faenza o a Reggio Emilia, dove uno stagista – commesso deve lavorare lo stesso numero di ore di chi è contrattualizzato, quindi full time con “flessibilità”, disponibilità cioè per i festivi, ricevendo però un rimborso spese da 500 – 600 euro al mese. A Piacenza un minimarket cerca un addetto alle vendite “tuttofare, serio e volenteroso”: 40 ore settimanali per 400 euro mensili. Ovviamente “si richiede puntualità, senza problemi di orari e di giornate”. Ancora, a Bologna un negozio specializzato nella vendita di prodotti casalinghi cercava uno stagista da collocare come addetto alla vendita, “neolaureato o neodiplomato”, per “sistemare la merce, accogliere i clienti, tenere in ordine in negozio e seguire il magazzino”, sempre 40 ore settimanali, rimborso spese di 500 euro mensili e a San Lazzaro, appena fuori città, la Conad recluta commesse e cassiere tirocinanti: 40 ore lavorative settimanali, orario fisso su turni, un giorno di riposo e 600 euro al mese. “Quando le dipendenti del Conad prendono almeno il doppio”, precisa la Filcams Cgil di Bologna.

I casi non sono limitati alla sola Emilia Romagna, poi. A Siena “un’importante azienda leader nel settore abbigliamento” cerca “addetta alle vendite”, ovviamente stagista, rimborso spese previsto pari a 350 euro mensili. A Brescia la Life in S.p.a recluta stagisti da inserire in filiale con orario full time, dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18, a fronte di un compenso da 300 euro più buoni pasto, mentre a Milano un commesso tirocinante deve lavorare sei giorni la settimana, orario di negozio, per 300 euro mensili. A Roma la P&R richiede tirocinanti “dinamici, socievoli, disposti a trasferte, operativi, creativi, pazienti e con spiccate doti di problem solving”: giornata lavorativa full time, rimborso spese di 300 euro. A Como, poi, persino per lavorare in tabaccheria serve uno stage: 36 ore settimanali per 350 euro al mese. Tutti contratti da sei mesi, o al massimo da tre mesi prorogabili, il limite previsto dalla legge, che poi però non forniscono alcuna garanzia occupazionale.

“Purtroppo il fenomeno dello stage come formula per risparmiare sul costo del lavoro è in crescita”, racconta Matteo Negri, collaboratore della Camera del lavoro di Bologna e responsabile della campagna Ho.Stage, un’inchiesta volta a delineare “le ombre, le contraddizioni, le ambiguità di questo strumento perennemente in bilico tra opportunità formativa e forma di sfruttamento di lavoro sottopagato (quando non del tutto gratuito) e non tutelato”. “Originariamente il tirocinio nasce come modalità formativa non retribuita in quanto, appunto, volta a imparare una professione. Queste disposizioni, previste dal pacchetto Treu, però, sono state modificate quando le istituzioni hanno capito che in realtà spesso le cose non stavano così: perché non solo lo stagista è, in molti casi, un lavoratore a tutti gli effetti, senza alcuna tutela, ma è impiegato per svolgere lo stesso ruolo di chi è assunto con un contratto”. Senza però godere di alcun beneficio: il tirocinio non è un vero inserimento lavorativo, e infatti non prevede uno stipendio, ma un rimborso spese. Che quindi non contempla ferie né permessi, maternità o malattia. “Ricordo una ragazza che lavorava per una grossa azienda bolognese – continua Negri – le avevano promesso, in seguito al tirocinio, un contratto di apprendistato, ma rimase incinta e venne lasciata a casa dall’oggi al domani”.

Secondo lo studio condotto nel 2012 dalla Camera del Lavoro di Bologna, in collaborazione con Ires Emilia Romagna, prima della modifica normativa 1 tirocinio su 4 non era retribuito. Su un campione di 1200 stage analizzati, poi, il 21% prevedeva un rimborso spese da meno di 400 euro al mese, il 28% inferiore ai 600, e solo il 10% era tra i 600 e i 700 euro mensili. Oggi una delibera regionale ha imposto una retribuzione minima di 300 euro mensili, più alta in Emilia Romagna, pari a 450 euro, e a livello teorico nessun tirocinio dovrebbe essere a titolo gratuito, “ma non ci sono controlli – continua Negri – e l’Università, uno dei principali canali a disposizione dei giovani per intraprendere uno stage post laurea, tende ad approvare tutto senza guardare di cosa si andrà a occupare il tirocinante”.

“Oggi – racconta il responsabile di Ho.Stage – in molti casi il tirocinio è utilizzato in maniera fraudolenta e i giovani, i disoccupati, gli inoccupati e le categorie deboli che si trovano in questo limbo tra regolamentazione e irregolarità sono sempre di più. L’aspetto più preoccupante è che il governo Letta sta trasmettendo un messaggio sbagliato. Passa l’idea che ‘qualcosa sia meglio di nulla’, anche se non ci sono tutele né controlli. Così però si rischia di legittimare uno strumento nato con altre funzioni, e forme di lavoro che in realtà sono sfruttamento”.

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