Ogni volta che Mario Draghi riunisce il consiglio della Banca centrale europea, al trentaseiesimo piano dell’Eurotower, dalle vetrate osserva la grigia Francoforte con le sue ciminiere e i grattacieli del quartiere finanziario, sintesi di una Germania che esporta troppo e non condivide la sua prosperità con il resto dell’eurozona. E proprio in quei grattacieli hanno sede alcune delle grandi banche tedesche in cui Draghi dovrà mandare gli ispettori, prima di assumerne la supervisione, tra un anno: “Un esame che potrebbe rivelare crepe nel sistema finanziario tedesco”, ha scritto lo Spiegel.

La lista dei dossier sul tavolo dell’ex governatore di Bankitalia è così lunga che le critiche della stampa tedesca – scettica sul taglio del costo del denaro dallo 0,5 allo 0,25 per cento la scorsa settimana – sono minuzie. L’urgenza è evitare che l’Eurozona faccia la fine del Giappone: decenni di prezzi bassi, investimenti fermi, domanda di consumi depressa e debito pubblico asfissiante. Secondo gli economisti di Francoforte, il pericolo deflazione (prezzi in calo di mese in mese) non c’è: l’inflazione sarà l’1,5 per cento nel 2014 e l’1,4 nel 2015, non troppo lontana da quel 2 per cento scelto come esplicito obiettivo nel 2003. Mentre molti (tedeschi) si preoccupano che la Bce riesca ad adempiere al suo mandato primario, garantire la stabilità dei prezzi, a Francoforte si parla soprattutto di altro.

La sfida maggiore è la supervisione bancaria. Tra un anno la Bce sarà il supervisore unico di tutte le banche dell’eurozona: vigilerà direttamente su quelle più grosse, 14 quelle italiane, sulle altre il controllo sarà indiretto, tramite le autorità di vigilanza nazionali, nel nostro caso Banca d’Italia. Dopo un esame sui bilanci per far emergere crediti inesigibili che ancora gonfiano i conti di molti istituti seminando diffidenza, Draghi potrà esercitare i suoi nuovi poteri: chiudere le banche che non sono in grado di stare in piedi da sole. “Draghi ha un forte incentivo a non trovarsi merda sulle mani”, ha detto il solitamente compassato Olli Rehn, commissario europeo per gli Affari economici. Il presidente della Bce non sarà indulgente, dice Rehn, i suoi stress test non saranno morbidi come quelli del 2010 e del 2012 dell’Eba (la squalificata autorità bancaria europea): la Bce vive della propria reputazione, Draghi non può comprometterla lasciando in piedi banche-zombie.

Usando il “Meccanismo unico di risoluzione” può imporre la liquidazione delle banche che non passano l’esame. “Fornire liquidità alle banche in modo massiccio può stabilizzare i mercati in una situazione di stress, ma anche tenere in vita banche altrimenti insolventi, spingendole a prendersi troppi rischi e, indirettamente, a finanziare i governi, quando prendono a prestito dalla Bce per comprare bond governativi”, scrivono gli economisti Zsolt Darvas e Silvia Merler del think tank Bruegel. Nessun problema, rispondono da Francoforte: ci sarà un chinese wall, una muraglia cinese, tra la politica monetaria e la supervisione bancaria. Ma sono sempre gli stessi soggetti a decidere: i membri del consiglio della Bce, i sei dell’esecutivo più i governatori delle banche centrali nazionali. Oseranno far fallire grosse banche sapendo che potrebbero minacciare i mercati? In tanti non si fidano.

 Anche perché la Bce comincia a fare un po’ troppe cose per essere sicuri che le faccia tutte bene. Da quando fa parte della Troika con Commissione Ue e Fondo monetario nei Paesi “sotto programma” (Grecia, Irlanda, Portogallo) e difende l’euro con lo scudo delle operazioni OMT (possibili acquisti illimitati di bond governativi), si occupa anche di politica economica, non solo di moneta. “Solide posizioni di bilancio aiutano a mantenere la stabilità dei prezzi e in una unione monetaria senza un buget comune significativo una governance di bilancio serve ad assicurare che i Paesi abbiano flessibilità sufficiente ad assorbire gli shock”, ti rispondono i dirigenti Bce quando chiedi a che titolo si occupino di politica economica. Tradotto: finché non fate l’unione politica, vi diamo la linea noi con la scusa della stabilità dei prezzi. Ma a Francoforte hanno idee poco elaborate su cosa si deve fare: ridurre deficit e debito, favorire la crescita abbassando il “costo del lavoro unitario”, tagliando i salari o i posti di lavoro (così aumenta la produttività di chi resta impiegato). “L’Italia è indietro, il vostro costo del lavoro ha continuato a crescere, dovete sbrigarvi a tagliare”, ti dicono, inflessibili. Ma è tutto da dimostrare che la Bce sappia come si produce crescita, non è stata progettata per questo e non ha mai coltivato tali competenze al suo interno.

I Paesi soggetti alla troika – con la Bce – hanno migliorato il deficit e la bilancia dei pagamenti (esportano di più e importano meno), ma con alti prezzi sociali e tanti disoccupati. L’Irlanda è l’unico allievo promettente: a dicembre si libererà della Troika e potrebbe essere il primo Paese a chiedere la “linea di credito precauzionale” del fondo salva Stati Esm, il famoso scudo anti-spread per il quale si era battuto Mario Monti, un aiuto finanziario per i Paesi che hanno fatto dolorose riforme e meritano un incoraggiamento. La Bce dovrebbe, per conto dell’Esm, comprare titoli di Stato sul mercato (o direttamente alle aste). “Stiamo ancora valutando se fare domanda, ma l’Italia di Letta è favorevole a una richiesta”, rivela al Fatto una fonte diplomatica irlandese pochi giorni dopo la visita di Enrico Letta a Dublino. Se a dicembre l’Irlanda farà da apripista chiedendo lo scudo (la Bce pare essere ben disposta su questo) e presentandolo ai mercati come un premio per la buona condotta invece che come un salvataggio, poi potrebbe approfittarne l’Italia. Chissà se Draghi lo auspica o è preoccupato, visto che già ora i tedeschi lo accusano spesso di essere troppo mediterraneo.

da Il Fatto Quotidiano del 13 novembre 2013